
LE STANZE DI ELSA
E’ curioso il gioco dei nomi nella vita di Elsa Morante.
Nata a Roma da Irma Poggibonsi e Francesco Lo Monaco, suoi genitori naturali, ebbe come padre legittimo Augusto Morante, marito della madre. Il suo cognome perciò, dal suono particolarmente eufonico, è un obbligo d’anagrafe, ma anche una sorta di pseudonimo legale, un ‘doppio’ di nascita. Segno, questo, che si sposa benissimo con la natura immaginifica e segreta di Elsa.
Il fantastico è sempre presente, è il serbatoio da cui lei prende ispirazione, associazioni e perfino linguaggio : “Accade nei romanzi come nei sogni: una magica trasposizione della nostra vita, forse ancora più significativa della vita stessa perchè arricchita della forza dell’immaginazione”.
Elsa nacque con il gusto della scrittura : “La mia intenzione di fare la scrittrice è nata, si può dire, insieme a me”. Autodidatta, senza scuole elementari, a sei anni componeva storie e poesie piene di illustrazioni a colori. Un suo quaderno è titolato : Elsa Morante. Il mio primo libro. Narra la storia di una bambina.
La scuola fu limitata a ginnasio e liceo, sempre continuando la sua attività di scrittrice per bambini, con produzioni che pubblicava su vari giornali. La pagavano regolarmente, come racconta lei stessa, con una punta non di venalità, ma di soddisfazione.
A diciotto anni, finiti gli studi, uscì dalla famiglia, ansiosa di una vita sua. Si manteneva dando lezioni di latino e scrivendo tesi di laurea.
Per due anni almeno la letteratura venne dimenticata, non perduta però. Fu una parentesi, una intermittenza, perchè già subito dopo, nei primi anni Trenta, aveva conosciuto Giacomo Debenedetti, cominciato a scrivere per il ‘Meridiano di Roma’, poi intrapresi i racconti che diventarono Il gioco segreto.
Nel 1936 si legò a Moravia, vivendo con lui una relazione amorosa contraddittoria, alternata tra desiderio e rifiuto, separazioni e riprese. Si sposarono nel
Elsa, in quegli anni, scriveva su ‘Oggi’, settimanale diretto da Mario Pannunzio e Arrigo Benedetti.
Nel 1942 Elsa Morante iniziò il rapporto con Einaudi. L’editore torinese stampava Le bellissime avventure di Caterì dalla trecciolina, edizione del settembre
E’ stato ampiamente dimostrato che l’opera della Morante può suddividersi in due epoche, non uniformi nè di pari importanza : la prima è quella dei racconti, nasce dall’infanzia, comprende la giovinezza, arriva ai due libri Il gioco segreto e Le bellissime avventure; la seconda è quella dei grandi romanzi.
In mezzo ci fu la guerra: la guerra significò l’abbandono di Roma. Dapprima Elsa riparò, assieme a Moravia, a Sant’Agata, paesino in Ciociaria, poi a Napoli fino all’estate del ‘44.
Da due anni aveva cominciato a scrivere Menzogna e sortilegio : “Il libro che rimane per me il più notevole che io ho scritto : tale che forse non potrò mai scriverne un altro dello stesso valore”.
La gestazione durò oltre quattro anni. Nell’inverno 1948 la Morante mandò il libro in visione a Natalia Ginzburg all’Einaudi. La Ginzburg lesse, Pavese approvò.
Il titolo del libro era all’inizio Vita di mia nonna, poi mutato felicissimamente in quello definitivo. La Morante stessa diceva : “Le due parole del titolo riassumono, in certo modo, le vicende di questo romanzo : dove il contrasto fra la cronaca quotidiana e i mondi favolosi dell’immaginazione porta quasi tutti i personaggi a una conclusione tragica”.
Il 15 agosto Menzogna e sortilegio vinceva il Viareggio. Elsa andò a ritirare il premio accompagnata da Natalia Ginzburg.
La vittoria al premio Viareggio proiettò lei e Menzogna e sortilegio alla ribalta. Ci fu rumore, nacque un caso. In pieno neoralismo un racconto fantastico di 700 pagine lasciò i critici interdetti.
Nove anni dopo, nel febbraio 1957, la Morante pubblicò il romanzo L’isola di Arturo, ancora da Einaudi, ancora vincitore di uno dei maggiori premi italiani, lo Strega.
Questa volta la lode fu unanime e il successo immediato.
Giacomo Debenedetti consacrò libro e autrice in un famoso articolo, apparso sul n. 26, maggio-giugno 1957, di ‘Nuovi Argomenti’, forse massima rivista critica del tempo.
Ci furono grandi viaggi in Russia, in Cina, negli Stati Uniti, in Sud America, in India.
Conobbe Bill Morrow, giovane pittore americano, grande nuovo amore, finito tragicamente. Si divise da Moravia.
Quattro anni per La Storia, iniziato nel 1971 e uscito nell'estate 1974.
Elsa Morante morì d’infarto il 25 novembre 1985, dopo quattro anni di malattia.
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Il dibattito su "La Storia" (a cura di Graziella Bernabò )
E decisamente inquietante rileggere oggi le recensioni del 1974 su la Storia. Non solo perché, intorno a questo romanzo, sorse un vero e proprio "caso" letterario: in fondo qualcosa di simile era già accaduto in precedenza per Metello di Pratolini e per Il Gattopardo di Tomasi di Lampedusa. Al di là della comprensibile divergenza delle posizioni critiche, ciò che più risalta attualmente è la profonda ingiustizia consumata in quell'occasione da ampi settori del mondo culturale italiano - con giudizi tanto distruttivi quanto superficiali- nei confronti di una scrittrice come Elsa Morante, indifferente da sempre alle sirene del mercato letterario e abituata a lavorare scrupolosamente per molti anni su ognuno dei propri libri, in un'avventura completa e totalizzante che la coinvolgeva anima e corpo, fino a risultati ogni volta assolutamente inediti. Appaiono assurde certe stroncature dettate da una lettura frettolosa dell'opera, un romanzo che traeva la sua forza dirompente proprio dal fatto di essere estraneo - per la sua ricchezza di struttura e di linguaggio, e per una sua interna "provocatorietà"- a qualunque schema, politico o letterario, che pretendesse di rinchiudere la realtà - nella sua multiforme bellezza come nei suoi risvolti più tragici-, e la sua rappresentazione poetica, in qualche formula ideologicamente accettabile. Purtroppo la "Storia" con la "S" maiuscola è continuata in questi ultimi decenni nei medesimi termini tragici messi in evidenza da Elsa Morante; ed ecco che allora rileggere il romanzo con rinnovata attenzione, riflettendo seriamente sul dibattito critico da esso suscitato, può essere l'occasione non solo per recuperare il senso di una scrittura sconfinata, travolgente e di grandissima originalità, ma anche per una meditazione non addomesticata sulla realtà del Novecento e, più ampiamente, del nostro tempo.
Natalia Ginzburg, I personaggi di Elsa, in "Corriere" della Sera", 21 luglio 1974. p. 12---
La Storia è un romanzo scritto per gli altri. Ora, da moltissimi anni, l'idea di un romanzo scritto per gli altri sembrava volata via dalla terra. l'idea degli altri, da moltissimi anni, è un'idea che genera angoscia, perché gli altri appaiono irraggiungibili. Nei poeti, come Kafka o Beckett, la sterminata lontananza degli altri e l'angoscia diventano un grande universo notturno, nel quale l'uomo riconosce se stesso. Ma quando sono assenti la poesia e la grandezza, ciò che resta è uno squallore sterile, fatuo e triste. Da moltissimi anni, i romanzieri scrivono unicamente per sé. Scrivono per essere meno tristi, meno angosciati, meno soli.
Nella Storia l'io narrante esiste, ma si affaccia solo ogni tanto. e nello spazio di poche righe. l'io narrante è però, nella Storia, importantissimo, e non denuncia dei limiti, ma è invece il punto da cui viene contemplato il mondo. È un punto insieme altissimo e sotterraneo, dotato di uno sguardo che vede l'infinita estensione degli orizzonti e le infinite e minime rughe e crepe del suolo. Tale sguardo non conosce limiti, né in estensione, né in profondità. Sceglie e raggiunge alcune fra le più sperdute ere della terra. segue il corso del loro destino e ne illumina la qualità misteriosa. In un simile sguardo, la felicità e la sventura, la vita e la morte, risplendono di luce diversa, ma è sempre luce. la tenebra non è nella morte, ma nei poteri occulti della "Storia", che decretano la morte e la sventura degli umili, gli stermini e le stragi. la sventura non rappresenta, nei confronti della felicità, un crollo nella notte, ma piuttosto un'esplosione di luce ancora più abbagliante, così abbagliante che non riescono a reggerla né lo sguardo, né il cuore. la morte del cane Blitz, la partenza dei Mille dallo stanzone, la morte di Ninnuzzu, le parole ingiuriose di Davide al bambino Useppe ("Vattene, brutto idiota, col tuo cagnaccio!") hanno gli accordi strazianti della sventura ma non annientano gli accordi melodiosi della felicità, non ne spengono la gloria indistruttibile e immortale. la sventura, la malattia, la pazzia, la morte, sono offese orrende contro la felicità, l'infanzia e la vita, e tuttavia sono, nei confronti della felicità, dell'infanzia e della vita, in condizioni di parità. ( ... ) Quelli che hanno detto che La Storia ha parentele con il neo-realismo, si sono sbagliati. Il neo-realismo vedeva la seconda guerra mondiale, e Roma in quegli anni, e la borsa nera, e le deportazioni degli ebrei, e il dopo-guerra, da vicino e però in piccolo, su uno sfondo dai contorni duri e precisi, suggellati da rozze speranze. Qui, le medesime cose sono viste in una dimensione immensa e confusa, in profondità e nello stesso tempo come da lontananze sterminate, e non ci sono più tracce di quelle stesse rozze speranze. la voce che racconta, nella Storia, è la voce di chi ha attraversato i deserti della disperazione. È la voce di chi sa che le guerre non hanno mai fine, e che saranno sempre deportati gli ebrei, o altri per loro.
Quelli che hanno detto che i personaggi della Storia ci sono già stati in Moravia o in Pasolini, si sono sbagliati, perché hanno scambiato per rassomiglianze delle identità di ambiente sociale o di costume, identità che non hanno, nei lineamenti reali d'un personaggio, nessuna importanza reale. In verità i personaggi della Storia non erano mai esistiti prima. Essi sono inseparabili l'uno dall'altro, e inseparabili dai loro destini, così come non si può pensare un grande quadro senza ogni suo minimo dettaglio e ogni suo minimo colore. Essi sono tutti, siano situati in primo piano o in secondo piano, egualmente essenziali. Ma il fatto nuovo, nella Storia, è che i personaggi non sono, fra loro, eguali ed essenziali e inseparabili soltanto perché dotati tutti d'una medesima vita poetica, ma anche perché sono tutti pensati in condizioni di parità. ( ... )
Pier Paolo Pasolini, La gioia della vita, la violenza della Storia, in "Tempo", 26 luglio 197 4. pp. 77-78; Un'idea troppo fragile nel mare sconfinato della storia, "Tempo", 2 agosto 197 4. pp. 75·76 .
( ... ) non c'è dubbio che il grosso libro si divide almeno in tre libri magmaticamente fusi tra loro: il primo di questi libri è bellissimo- è straordinariamente bello- basti dire che mi è capitato di leggerlo nel bel mezzo di una rilettura dei Fratelli Karamazov e che reggeva mirabilmente il confronto. Il secondo libro invece è completamente mancato, non è altro che un ammasso di informazioni sovrapposte disordinatamente, quasi, si direbbe, senza pensarci sopra; il terzo libro è bello, benché molto discontinuo e con molte ricadute nella confusione un po' presuntuosa del libro di mezzo. Nel primo libro si narra la storia dei padri, visti addirittura come antenati; l'azione è in un altrove (la Calabria) che corrisponde alla dislocazione del tempo della narrazione in un periodo "anteriore", già completamente elaborato e quindi cristallizzato dalla morte. Quivi gli avi vivono circostanze e azioni perfettamente essenziali, poetizzate già dal fatto di a p parte n e re al passato: possono quindi cadere sotto il completo dominio dell'autrice che ha la ventura di essere in vita e di conoscerle. Sia il ramo calabrese (il padre Ramundo) che il ramo ebreo la madre Almagià), con la loro cerchia, occupano spazi e tempi perfetti. La loro morte non è ideologica, se non in quanto appartenente al mito. Essa consente dunque alla loro vita, finita, di essere totalmente espressa: di essere quella e non altra. ( ... )
Il secondo libro va dalla nascita del bastardello, al bombardamento di San Lorenzo, allo sfollamento di Ida e del cucciolo Useppe nella casermetta di Pietra lata, alla resistenza anarchico-comunista (alla spagnola), in cui si fa luce il figlio, diciamo così di primo letto di Ida, Ninnarieddo, insieme con un altro protagonista del libro, Davide Segre, ebreo. (Nella casermetta di Pietralata si ammassano però molti personaggi le cui storie danno al racconto un carattere corate, esteriormente neorealistico). La guerra finisce, Ida si trasferisce a Testaccio, dove compare e riscompare l'altro figlio grande, il seduttore (teppista, ex fascista, ex comunista, ex anarchico, borsaro nero, rivoluzionario - un po' retrodatato, per la verità, come il suo amico Davide).
L'ultimo libro è "Il libro delle morti". La guerra è finita, ma tutti i personaggi muoiono dopo.( ... ) L'insieme del romanzo si configura come un confronto tra la vita e la Storia: tra un capitolo e l'altro del romanzo (concepito ad annali) ci sono infatti brevi inserti che riassumono gli avvenimenti storici oggettivi - con stile da manuale- dal 1941 al 1947. Nel "primo libro" questa è una trovata, diciamo "strutturale", straordinaria, Perché? Perché la vita che si oppone atta Storia è una vita di morti, e quindi una vita non esaltata e strumentalizzata in quanto tale. C'è una reale incompatibilità tra essa e la Storia. L'opposizione non può essere dialettica: e quindi non rischia di essere ideologica e velleitaria. Le cose stanno così e basta: il confronto tra la vita dei morti e la Storia produce stupendi effetti allucinatori (come il grande "adagio" della morte della madre di Ida). Poi questo "effetto" della contrapposizione della vita atta storia, di colpo si perde e scade. Tale degradazione del testo coincide con la nascita del piccolo Useppe: cioè col formarsi di una vita "esaltata e strumentalizzata in quanto tale": perché è con Useppe che comincia la lunga celebrazione morantiana della vitalità, dell'innocenza, della joie de vivre dei poveri di spirito.( ... ) Veniamo così esplicitamente a sapere, nel corso della lunga lettura, che la vita, proprio la vita - come vitalità pro rompente, ingenuità, dedizione totale atta illusione, corporeità - è il"Bene", mentre la storia, in quanto produttrice di morte, è il"Male". È un'idea come un'altra. Giusta, fin troppo giusta.
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ELSA MORANTE – PRO O CONTRO LA BOMBA ATOMICA
UNA RIFLESSIONE SUL ROMANZO STORICO OGGI
WU MING 2 Utile per iscopo? La funzione del romanzo storico in una società di retromaniaci, Guaraldi 2014 RECENSIONE
"La mia intenzione di fare la scrittrice nacque, si può dire, insieme a me; e fu attraverso i miei primi tentativi letterari che imparai, in casa, l‟alfabeto. Nello scrivere mi rivolgevo, naturalmente, alle persone mie simili: e perciò, fino all‟età di quindici anni circa, scrissi esclusivamente favole e poesie per bambini. Alcuni di quegli scritti vennero pubblicati (e pagati) in quella stessa epoca. Altri invece rimasero inediti. Uno, poi, Le avventure di Caterina, è stato pubblicato postumo (per così dire) dall‟editore Einaudi, nel 1942; e ripubblicato di recente, nel 1959. Dopo i quindici anni incominciai a scrivere poesie e racconti per adulti."
Si veda l' articolo di Giovanna Zaccaro
https://www.uniba.it/docenti/zaccaro-giovanna/materiale-didattico-3/at_download/file
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Nelle
poesie, nei poemetti di Il
mondo salvato dai ragazzini c’è
la Morante dei romanzi già scritti, in particolare L’isola di Arturo, e di quelli
ancora da scrivere, La Storia e Aracoeli,
anche se a una prima lettura questi tre titoli sembrano così distanti e diversi
tra loro. Il mondo salvato dai
ragazzini è una sintesi
sorprendente, comprensibile solo a distanza.
Quando il libro uscì, nei primi mesi del ’68, non se ne comprese appieno l’ampiezza, la novità. Si era nel vivo di un movimento che in qualche modo era stato annunciato e invocato molti mesi prima dalla pubblicazione su «Nuovi Argomenti» della Canzone degli F. P. e degli I. M., letta con la dovuta attenzione da pochi, e tra questi dai collaboratori dei «Quaderni piacentini» su sollecitazione dello psicoanalista libertario Elvio Fachinelli.
[...] Non era prevedibile, il nostro ’68, quando Elsa scrisse la Canzone, nonostante le anticipazioni statunitensi. Ma era come se la Canzone lo prevedesse, fosse stata scritta con quella convinzione, e avesse eletto i suoi lettori tra coloro che, nelle università ma non solo, si sperava giungessero a ribellarsi.
E Il mondo
salvato dai ragazzini diventò dunque, volendolo essere, una voce nel deserto ma
che si rivolgeva a lettori specifici, ai «ragazzini» delle ultime grandi
rivolte possibili, ben oltre quelle della classe operaia dei gruppi e partiti
marxisti passati e futuri.
Alle
definizioni del libro che Elsa Morante volle elencare nella quarta di copertina
- «È un manifesto. È un memoriale. È un
saggio filosofico. È un romanzo. È un’autobiografia. È un dialogo. È una
tragedia. È una commedia. È un documentario a colori. È un fumetto. È una chiave
magica. È un testamento. È una poesia» -, e che ci sembrano oggi tutte
adeguate, ne mancavano forse due più prosaiche e banali: È un comizio, È una
predica. Sembrano insulti e non lo sono, se appena si rende alle parole il
loro significato più profondo: di invito (orazione) e di monito (spiegazione).
Non si può
comprendere appieno il valore di questo libro nella sua complessità e varietà e
nel compendio che propone, se non si tiene conto della sua aspirazione a
incidere nella realtà con i mezzi della poesia attraverso i lettori
potenzialmente più ricettivi di tutti, i giovani, i nuovi. Ed è infine questo
il risultato più ardito a cui la poesia abbia mai potuto aspirare.
Veggente
come l’amato Rimbaud (si conosce una piccola incisione moderna del volto di Rimbaud su
cui la Morante ha scritto una dedica paradossale: «A Elsa, Arthur») e in quanto
tale anche profeta: annunciatrice, suscitatrice.
La
funzione del poeta è, nella visione della Morante, la più alta possibile, è
quella di chi deve mettere in guardia i lettori (il mondo) dai pericoli che
covano al suo interno - il maggiore tra tutti quello dell’irrealtà -,
ricordandogli la bellezza del vero, della realtà.
Veggente sì,
ma veggente, se così si può dire, armata, poiché è suo compito anche quello, da
rendere il più possibile concreto, di affrontare «il drago notturno, per
liberare la città atterrita». Sono pochi i poeti che, nei turbamenti e nelle
tempeste del Novecento, hanno osato chiedere così tanto alla poesia:
un’ambizione smisurata, che La Storia reitera reinventando il grande romanzo
dell’Ottocento, e che non poteva non andare incontro alla dichiarazione di
sconfitta, già cento volte intuita, narrata più tardi in Aracoeli. Poiché «fuori del
Limbo non v’è Eliso».
La Nota
introduttiva alla prima edizione economica del libro, nel 1971, è assolutamente
chiara nella definizione del progetto morantiano di poesia come politica e come
religione. Pochi scrittori hanno osato assumersi un compito così arduo, scomodo
e pesante, e pochi hanno chiesto così tanto alla poesia.
Quando
l’hanno fatto è stato in epoche di massima trasformazione, in epoche
rivoluzionarie, quando lo scontro con il potere è stato più grave. E potremmo,
di conseguenza e senza forzar troppo, considerare Il mondo salvato dai ragazzini come
il documento più alto del ’68 e dei suoi dintorni - insieme a Lettera a una professoressa dei ragazzi di Barbiana.
Però con una
profondità più radicale e in una luce assai più intensa, poiché la Morante
sapeva vedere più indietro e più avanti; sapeva vedere oltre senza rinunciare a
una leggibile precisione, a riferimenti comprensibili, senza mai dimenticare
che bisogna parlare a tutti, ai ragazzini come alle professoresse, e
soprattutto agli «analfabeti» della
bellissima citazione da César Vallejo «por el analfabeto a quien escribo», che
apre La Storia e che chiude, annunciando quella
fatica, la prefazione del ’71 al Mondo
salvato dai ragazzini.
Questi
due libri, che andrebbero letti insieme al saggio Pro o contro la bomba atomica, sono bensì
libri di speranza e non di disperazione, di apertura e non di chiusura, ed è
forse per questo, per il radicamento nel proprio tempo, per il dialogo forte
col proprio tempo e per la scelta di lettori non abituali - gli studenti, «gli
analfabeti» - che essi hanno faticato a venire accettati, non dai lettori -
pochi per il primo, tanti per il secondo - ma dagli «alfabetizzati» per
definizione: gli intellettuali letterati e critici e artisti suoi contemporanei
(con le debite eccezioni in coloro che sapevano capire, e cioè nei grandi poeti
dalle visioni più larghe: c’è stato infatti un tempo, ancora molto vicino a noi
ma che oggi ci appare lontanissimo, in cui c’era ancora chi sapeva ascoltare
per tradurla nella nostra povera lingua la felliniana - leopardiana - «voce
della luna»).
Forse il
rapporto da indagare con più attenzione, se qualcuno vorrà mai farlo, è quello tra Elsa e Pasolini, amici-e-lontani
perché al tempo della rivolta dei «ragazzini » fu assai diverso il loro modo di
reagire alla novità che quei ragazzini portavano.
E se ognuno
deve qualcosa all’altro, è pur vero che
tra il «pazzariello» ideale della Morante e il «pazzariello » ideale di
Pasolini la distanza è assai grande. Dietro quello morantiano c’è pur
sempre l’Arthur/Arturo/Artú dell’Isola e c’è la sconfitta del suo sogno di
avventura liberatoria o semplicemente di un’età adulta da «eroe» in grado di
controllare il proprio destino che, nel Mondo, è quella di Edipo, folgorato
dalla conoscenza e dalla sofferenza che ne consegue e che sarà più tardi
quella, ancor più cupa, di Aracoeli.
Dietro il «pazzariello » pasoliniano (che nei film, e si pensa soprattutto all’episodio più ardito ed esemplare, quello del Fiore di carta, ha i tratti di Ninetto Davoli) c’è una materialità che contrappone alla Storia la Natura, la cui spontanea bellezza è uccisa dalla concretezza di una trasformazione economica e di un’evoluzione sociale piuttosto che dal metafisico cozzo dell’esperienza con la vita, dalla comprensione dell’inguaribile povertà della propria condizione - dell’umana condizione. (...)
C’è un breve testo postumo di Elsa Morante che risale agli anni in cui il movimento dei «ragazzini » andava perdendosi in interne diatribe e nel ritorno a una visione della politica di stampo partitico e leninista, verticistico e autoritario, ancora una volta ragionando soltanto in funzione della «presa del potere». È il Piccolo manifesto dei comunisti (senza classe né partito), che sembra una spiegazione o un’aggiunta didascalica ai temi più immediati del Mondo: la rivoluzione è una «assoluta necessità», ma il suo compito è «liberare tutti gli uomini dal Potere affinché il loro spirito sia libero».
L’esercizio
del potere è un vizio degradante, un vizio che rende ciechi alla realtà: questa
la persuasione che avrebbe dovuto fare della rivolta dei ragazzini una svolta,
mentre così non è stato. È per ricordarlo un’ultima volta, che Elsa ha scritto La Storia, un romanzo dal titolo
così ambizioso, e tuttavia così leggibile, accessibile, il cui scopo è mettere
in guardia da quanto la Storia da sempre riserva agli umani, poiché padroni ne
diventano coloro che ambiscono al Potere e fanno di tutto per averlo.
Se anche i
giovani, se anche il ’68 rischiano di lasciarsi trascinare da questa abituale
deriva, il romanzo La Storia sarà per Elsa l’ultimo appello,
l’ultimo memento. (...) Quando Elsa scrive Aracoeli,
la sua speranza nell’anti-potere della poesia come religione e politica, come
filosofia, è ormai morta: ciò che aveva temuto è accaduto, anche da
quest’ultimo scontro con il drago dell’irrealtà ella è uscita sconfitta. Come i
suoi amati Felici Pochi, nel cui elenco noi possiamo includerla senza paura di
sbagliare. E il problema non è la sua sconfitta, ma quella, ancora una volta,
del mondo.
Ah, Dottori
Dottori! alla vostra età!
Ma perché, perché, mai
p e r c h é
signori Dottori I(nfelici) M(olti) dell’Universo
con tutto che vi addottorate e vi baccalaureate
e vi improfessorate nelle Università
e la storia e la geografia studiate viaggiate vi scafate, le macchine
fabbricate
sviscerate la scienza
inventate l’atomica e il volo lunare
però questa primaria lezione dell’esperienza
ancora non la volete imparare?
Ve lo ripeto, o Signori I.M., non c’è verso:
con i F(elici) P(ochi) non ce la potrete mai spuntare.
Quelli conoscono il volo da prima assai dell’aviazione conoscono
la medicina che guarisce tutti i mali da prima assai
della penicillina quelli sanno la resurrezione
dai morti!
Non illudetevi di poterli eliminare.
Magari vi credete d’averli mangiati quando invece sul più bello del vostro
banchetto
rieccoli che tornano a zompare
sui vostri piatti.
Quelli sono
incredibili inconcepibili inammissibili sono tutti matti.
E non cullatevi nella speranza di poterli r i e d u c a r e
indi paternamente legittimare.
(…)
Sappiàtelo, o
padri meschini I(nfelici) M(olti) d’ogni paese:
se ancora il corpo offeso dei viventi resiste
in questo vostro mondo di sangue e di denti
è perché passano sempre quelle poche voci illese
con le loro allegre notizie.
Contro le vostre milizie sevizie immondizie
imprese spese carriere polveriere bandiere
istanze finanze glorie vittorie sciarpe littorie & sedie gestatorie
contro la vostra sana ideologia la vostra brava polizia
ghepeù ghestapò fbi min-cul-pop ovra rapp & compagnia
e tutta la vostra mortuaria litania
ci vale solo quell’unica eterna scaramanzia:
l’allegria
dei F(elici) P(ochi)
Come vannio i
Vostri Reali E i Presidenti E i Generali
E i Rendimenti gli Emolumenti? Siete contenti dei Vostri Affari?
In Famiglia tutto bene? La Signora si mantiene?
E la Bomba come va? La più bella chi ce l’ha?
La Mammà dei Capitali o il Papà dei Proletari?
Bravi bravi complimenti. Siete sempre Regolari.
Troppo uguali. Troppo uguali. Troppo tristi e troppo uguali
troppo uguali e troppo tristi. Troppo tristi troppo tristi
tristi TRISTI. Non vi viene mai lo sfizio d’essere meno tristi?
Comunque, se vi
piace la tristizia, godetevela voi la vostra.
Questa terra non è mica roba vostra. E’ da secoli e da millenni
che noi cerchiamo di farvelo capire.
Mamma nostra non ci ha mica fatto per servire agli usi vostri.
Mica ci ha fatto gli occhi per guardare le tristi facce vostre.
Mica ci ha fatto gli orecchi per ascoltare le tristi chiacchiere vostre.
La vostra guerra non è la nostra. Noi siamo per l’allegria
e la grazia, ossia
la felicità.
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Incompiuta e non pubblicata Lettera alle Brigate rosse,
scritta dalla Morante in occasione del sequestro di Aldo Moro (marzo 1978):
«[…] (rimosso l’orrore che per mia natura di fronte a ogni violenza mi farebbe
ammutolire) io mi sforzo di non dubitare, almeno, […] che voi
siate davvero, ai vostri propri occhi, dei rivoluzionari.
Confesso che dato l’uso che ne è stato fatto nella storia a tutt’oggi, mi
ripugna ormai di ripetere la parola rivoluzione (e fin di pronunciarla). Però questa parola, per
quanto stuprata e tradita, in se stessa mantiene il suo significato primo e
autentico: di grande azione popolare al fine di instaurare una società più
degna. Ora, su questa chiara definizione, sono state sventolate troppe bandiere
equivoche»
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Archivio storico
della nuova sinistra Marco Pezzi
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L'ISOLA DI ARTURO
Lettura condivisa nelle scuole italiane e podcast a cura del Salone del libro di Torino.
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