19/01/14

Dante Paradiso



GIUSEPPE LEDDA, DANTE E LA METAMORFOSI

Andrea Cortellessa: L'impossibilità della parola nel Paradiso (video di circa 14 min)


La terza cantica della Commedia racconta la parte conclusiva del viaggio di Dante nel regno degli angeli e beati. Esso è il regno della luce, simbolo della beatitudine e della spiritualità ma anche della gloria e della potenza di Dio.  Nell’ultimo canto il protagonista raggiunge il fine ultimo della sua impresa, ottenendo di poter contemplare la luce divina.
Il viaggio di Dante nell’aldilà si svolge nella settimana santa del 1300, tra il mezzogiorno della domenica di Pasqua e il mezzogiorno del Lunedì dell’Angelo.

Come l’Inferno e diversamente dal Purgatorio, il Paradiso è un regno eterno e la beatitudine vissuta dalle anime elette dura per sempre.
Questo regno ci appare non come è in realtà, ma come una sorta di grande sacra rappresentazione “congedata” a uso e consumo di Dante. I beati lasciano infatti provvisoriamente l’Empireo per muovere incontro a Dante e Beatrice nel  loro passaggio per i nove cieli inferiori,  singolare privilegio questo, concesso a Dante, creatura terrena e portatrice di tutti i limiti fisici e morali che gli discendono dalla sua condizione umana, e che è strettamente connesso con la missione che Dio ha affidato al poeta di giovare agli uomini viventi narrando loro ciò che ha visto nell’aldilà.
 All’interno di ciascun gruppo, ogni beato gode di una visione di Dio tanto più perfetta quanto maggiori sono stati i suoi meriti individuali sulla Terra. Nessun beato  tuttavia desidera una beatitudine maggiore in quanto l’amore divino fa sì che desiderino solo ciò che hanno  e ne siano pienamente appagati, ciascuna in egual misura. Esse sono come navi in movimento in un immenso oceano: ognuna ha un suo carico e una sua destinazione, ognuna raggiungerà il porto a cui è stata avviata ma il pilota che regge tutto dall’alto è sempre Dio,che dispone tutte le cose dell’universo verso il loro fine. Un solo luogo rimane sempre immobile e uguale a se stesso, in quanto non tende verso nulla poiché già perfetto grazie alla divina Provvidenza e si tratta dell’Empireo, attorno al quale si muove il più veloce dei cieli, il Primo Mobile conferendo il movimento circolare agli altri cieli sottostanti.
È a questo luogo immobile, perfetto a cui tendono gli uomini;  alcuni però oppongono resistenza al loro naturale movimento ascensionale e si lasciano trascinare in basso dal peccato.
I temi della luce e della visività hanno un ruolo fondamentale nell’intera cantica. Gia nel primo canto Dante, fissando Beatrice, dal Paradiso Terrestre sale verso la Sfera del Fuoco e si protende verso l’immateriale, senza ancora rendersene conto. Egli intuisce che sta avvenendo in lui un cambiamento importante, tanto che si paragona a Glauco, il pescatore che mangiò l’erba soprannaturale che lo innalzò dalla natura umana a quella divina. Dante avverte che si sta trasformando,sta cominciando ad avvicinarsi a uno spirito puro e a liberarsi del peso del corpo fisico. L’essenza di questo passaggio soprannaturale è espressa dal neologismo «trasumanar» (vv.70): letteralmente andare oltre l’umano.
Questo è frutto di un lento percorso di metamorfosi ed è l’indispensabile pedaggio che l’anima umana deve pagare per vivere in cielo:solo uscendo dai propri parametri terreni,che sono anche dei limiti, si può entrare veramente in sé, nella propria essenza divina e quindi incontrare il Creatore. Dante dichiara di non poter esprimere a parole, in termini adeguati questo passaggio allo stato paradisiaco e si appella più volte a Dio affinché egli possa riuscire a descrivere ciò che ha visto.
La luce si fa sempre più intensa man mano che si passa dal Cielo delle Stelle Fisse, al Primo Mobile e all’Empireo che è il cielo più vicino a Dio. Esso è pura luce, luce del pensiero, piena di amore e di letizia che supera ogni immaginabile gioia, ma talmente intensa da indebolire le facoltà visive di chi vi porge lo sguardo.
È Beatrice stessa a spiegare a Dante, nell’ingresso dell’Empireo, che ogni anima viene accolta così dall’amore divino, affinché la sua vista si adegui alla nuova luce, come una candela a una nuova fiamma. Appena udita questa spiegazione Dante percepisce che sta oltrepassando le sue stesse capacità visive e vede con una nuova vista, tale che può sostenere la luce più pura. Dante comprende la corrispondenza tra finito e infinito,fra sistema dei cieli e gerarchia angelica: si tratta di un’illusione il manifestarsi di Dio come un punto di luce così come la distribuzione degli angeli in nove cerchi. Dio comprende in realtà in sé tutto l’universo, angeli compresi, eppure per consentire al pellegrino di capirlo almeno un po’ gli appare come un punto. Ma da quel punto tutto ha origine:nulla e tutto si corrispondono.
 Dante dall’Empireo vede ora il vero manifestarsi della luce che rende visibile il Creatore alla sua creatura,che solo nel contemplarlo raggiunge la vera pace.

Essa è così descritta da Beatrice nell’ultimo ambiente del paradiso, :

                                                Noi siamo usciti fore / del maggior corpo
                                               ch’è pura luce: / luce intellettual,piena d’amore; / amor di vero ben
                                                pien di letizia; / letizia che trascende ogne dolore.»  (vv. 38-42)

Intorno al poeta si trovano i beati disposti lungo i gradini della candida rosa in linea circolare come in un anfiteatro romano. A questo punto Beatrice scompare per riprendere il suo posto nella rosa dei beati; al suo posto c’è San Bernardo di Chiaravalla, simbolo del momento mistico, che guiderà il poeta per quest’ultima parte del viaggio. La scelta di questa guida segnala la necessaria rinuncia di Dante di tentare di comprendere con la parte razionale di sé, ma di abbandonarsi alla visione con la sua parte mistica. Solo così potrà imparare ad accogliere in sé Dio. San Bernardo esorta Dante a contemplare Maria: egli pregherà che interceda per la sua visione finale.
          La preghiera si svolge in due tempi, i quali convergono nell’avvertimento del bisogno dell’uomo di affidarsi alla guida religiosa, che è l’unica in grado di fargli superare la sproporzione tra il finito e l’infinito. Della necessità della guida è qui segno rivelatore Maria tramite indispensabile tra l’uomo e Dio, sintesi di ogni virtù. A questo punto la preghiera converge su Dante, simbolo dell’umanità,che dopo lo smarrimento, attraverso le tre guide ritrova le vie della luce.
          La Vergine accoglie la preghiera.  Dante è pronto ad accogliere il beneficio della visione di Dio. Dante ormai non ha bisogni di alcun incoraggiamento. È gia completamente proteso verso la visione, ha raggiunto il culmine di ogni desiderio, così come la sua vista è diventata e continua a diventare sempre più «sincera»,cioè pura,libera da ogni scoria o debolezza umana.
         Da questo punto in poi la parola di Dante è poca cosa in confronto a ciò che ha visto, e così il suo ricordo. Il poeta spiega il suo stato d’animo: è come chi ha visto qualcosa in sogno, e al risveglio non ricorda che cosa sia,ma sente ancora tutta l’emozione che ha provato sognando. È come quando la neve si scioglie al sole, o come quando i responsi della Sibilla si disperdevano con le foglie su cui erano scritti. Dante prega Dio che gli conceda di rivedere un poco di quel che ha visto e che la sua arte poetica sia in grado di descrivere almeno una scintilla della sua gloria,così che i lettori futuri possano comprenderla un po’.
          Egli comunque,vide e ricorda di una  luce così intensa e acuta, che, se avesse distolto gli occhi, avrebbe perso i sensi. Al contrario della luce solare che abbaglia e acceca infatti, quella divina, quando il fedele supera il primo momento di smarrimento provocato dall’impatto di una potenza finita con una forza infinita, rende la vista più robusta e penetrativa. Fuori da Dio è la cecità; in lui tutti i sensi si arricchiscono e fortificano.
Nella profondità della luce divina Dante vede che sono contenuti in un amoroso vincolo di unità tutti gli innumerevoli elementi che nell’universo sono sparsi e divisi in un modo che il poeta non riesce a spiegare. Ma crede di aver visto l’essenza divina  che tiene insieme l’intero universo, perché solo a parlarne sente ancora la gioia provata. La mente di Dante è tutta assorbita dalla contemplazione , e sempre più desiderosa di contemplare. Al cospetto della luce di Dio si cambia, si diventa tali che è impossibile distogliere lo sguardo per guardare qualcos’altro, perché il bene,verso cui la volontà tende , si riunisce tutto in questa luce, nel suo stato di perfezione,mentre tutto ciò che ne è al di fuori è imperfetto.
          Dante è perfettamente fuso con la sua volontà, è diventato parte dell’armonia in                              movimento del sistema celeste .
          In quest’istante tutto svanisce.




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