15/04/18

Eugenio Montale


(Montale anziano a tavola con l'attore Carmelo Bene)





Il pessimismo di Montale (che ha conosciuto 2 guerre mondiali, il fascismo...) è di natura prima di tutto esistenziale ("la condizione umana in sé considerata, non questo o quell'avvenimento storico" 1951) e riguarda il non senso senso stesso della vita e l'oscura ragione della natura.
Gli uomini sono visti come "ossi di seppia" che dal mare (simbolo di felicità panica) sono stati deposti sulla terra, luogo di aridità ed esilio, emblema della condizione umana chiusa da "una muraglia / che ha in cima cocci aguzzi di bottiglia" dove è impossibile trovare un "varco" liberatorio, che faccia intuire il vero senso dell'esistenza.

La civiltà tecnologica dal canto suo non ha prodotto che guerre ("lo schianto rude, i sistri, il fremere / dei tamburelli sulla fossa fuia" v.16-17 la Bufera); feroci dittature ("sul corso è passato a volo un messo infernale / tra un alalà di scherani" v.8-9 La primavera Hitleriana) che hanno avuto consensi di massa, per cui "più nessuno è incolpevole" (v.19); atroci campi di concentramento e di sterminio, metafore della condizione dell'uomo nella società di massa, irregimentato e sorvegliato ("l'occhio del capoguardia dallo spioncino" v.5 il Sogno del prigioniero), perseguitato senza motivo ("la purga dura da sempre senza un perchè" v.11).

La società moderna ha infine prodotto la massificazione, il consumismo, una industria culturale dello svago e del divertimento che ha travolto la grande tradizione umanistica della società occidentale. Montale nutre profondi sospetti sulla cultura di massa e sulla mercificazione dell'arte, che producono alienazione e mancanza di valori. Per M. sarà la fine della libertà a causa dei mass-media con una progressiva passività dell'uomo, incapace di autentici rapporti umani ("tutto fa pensare che l'uomo d'oggi sia più che mai un estraneo vivente tra estranei"), mentre "uno dei compiti fondamentali dell'industria culturale è quello di divertire l'uomo" ossia sviarlo dalla sua vera natura di essere che si pone domande (in cui è consistita la funzione dell'arte occidentale) per farse un semplice consumatore di prodotti ("guai se tutti decidessimo..di lasciare chiusa la televisione") con un vuoto interiore che si tenta di riempire facendo "sempre e sempre più velocemente quello che fanno tutti".

L'unico modo per reagire secondo M. è recuperare i valori della grande cultura passata, nella speranza che gli uomini "non si lascino schiacciare nella massiciata collettiva" anche se l'alluvione dell'odierna insignificanza ha travolto la cultura umanistica, come l'alluvione fiorentina del '66 "ha sommerso il pack dei mobili, delle carte e dei quadri" gelosamente custoditi dal poeta.
M. vede perciò minacciato il destino stesso dell'uomo in quanto di più altro ha prodotto, perchè oggi "l'arte è produzione di oggetti di consumo, da usarsi e buttarsi via in attesa di un nuovo mondo nel quale l'uomo sia riuscito a liberarsi di tutto, anche della propria coscienza" (vedi più sotto: E' ancora possibile la poesia,1975)
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(Dall'antologia  Armellini-Colombo)

All'origine della poesia di Montale sta un sentimento di «totale disarmonia con la realtà» : si tratta appunto della "condizione umana" in generale, del «male di vivere» che è tema di uno dei più famosi Ossi di seppia: quel senso di angoscia dell'uomo moderno che si sente come abbandonato in un mondo destituito di significato e di valore, tema della filosofia esistenzialista e di tanta letteratura del Novecento. Nei versi di Montale si affollano situazioni che hanno la precisione di istanti di vita singoli e irripetibili, immagini di oggetti colti nella loro concretezza materiale; in questi dati concreti il poeta riconosce i segni di una condizione umana votata allo scacco e all'assurdo, e cerca instancabilmente il "miracolo" impossibile che apra un "varco" al di là di quei limiti. In questo senso si parla di una "poetica dell'oggetto" implicita nella poesia di
Montale: in essa idee ed emozioni si presentano materializzati in oggetti sensibili:
Spesso il male di vivere ho incontrato: 
era il rivo strozzato che gorgoglia, 
era l'incartocciarsi della foglia 
riarsa, era il cavallo stramazzato. [Ossi di seppia]

La poetica dell'oggetto si colloca su una linea ben distinta dalla "poetica dell'analogia" ungarettiana, da quell'idea risalente a Mallarmé di una "lirica pura" intesa come gioco di suggestioni sonore che alludono a un vago mistero soprasensibile. Alla musicalità evanescente della corrente postsimbolista la poesia montaliana oppone la ricerca di sonorità aspre, atte a incidere nettamente i contorni materiali degli oggetti e ad esprimere la "disarmonia" del vivere: alla lingua preziosa, astratta, selettiva, oppone un lessico che attinge a tutti i registri linguistici, dall'aulico, all'usuale, al tecnico, nello sforzo di definire ogni singola situazione poetica col massimo di aderenza. Così nei suoi versi non incontriamo generici "uccelli" ma balestrucci, coturnici, il gallo cedrone, non una "nave" ma una petroliera, non un "cane" ma un Bedlington. In questo Montale è continuatore di quel rifiuto della genericità aulica che Pascoli aveva bandito e praticato. 

La poetica novecentesca più vicina a Montale è l'idea di T.S. Eliot della poesia come "correlativo oggettivo": secondo il poeta angloamericano, idee ed emozioni prendono nella poesia la forma di «una serie di oggetti, una situazione, una catena di eventi che saranno la formula di quella emozione particolare». Queste parole possono far pensare all'allegoria propria della poesia medievale, di cui il correlativo oggettivo è in un certo senso la versione moderna: in particolare la potenza plastica della poesia di Dante è stata fortemente sentita da Eliot, dal suo maestro Pound e da Montale stesso, nei cui versi gli echi danteschi sono frequenti. Tra l'allegoria medievale e il correlativo oggettivo c'è tuttavia una differenza sostanziale: gli emblemi medievali facevano riferimento a un repertorio simbolico consolidato, di cui un lettore colto dell'epoca possedeva le chiavi di interpretazione; gli emblemi della poesia "metafisica" contemporanea non hanno il supporto di una cultura simbolica condivisa, costituiscono un cifrario personale del poeta, e questo spiega le difficoltà interpretative che pongono ai lettori; in più, nel caso di Montale, non rinviano al possesso di una visione organica del mondo, ma a una ricerca aperta, senza approdi sicuri. 

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Eugenio Montale - "È ancora possibile la poesia?":
Discorso di Montale per la consegna del Premio Nobel per la letteratura, Stoccolma, 12 Dicembre 1975

(...)
Ho scritto poesie e per queste sono stato premiato, ma sono stato anche bibliotecario, traduttore, critico letterario e musicale e persino disoccupato per riconosciuta insufficienza di fedeltà a un regime che non potevo amare. Pochi giorni fa è venuta a trovarmi una giornalista straniera e mi ha chiesto: “Come ha distribuito tante attività così diverse? Tante ore alla poesia, tante alle traduzioni, tante all'attività impiegatizia e tante alla vita?”. Ho cercato di spiegarle che non si può pianificare una vita come si fa con un progetto industriale. Nel mondo c'è un largo spazio per l'inutile, e anzi uno dei pericoli del nostro tempo è quella mercificazione dell'inutile alla quale sono sensibili particolarmente i giovanissimi.

In ogni modo io sono qui perché ho scritto poesie, un prodotto assolutamente inutile, ma quasi mai nocivo, e questo è uno dei suoi titoli di nobiltà. Ma non è il solo, essendo la poesia una produzione o una malattia assolutamente endemica e incurabile.

Sono qui perché ho scritto poesie: sei volumi, oltre innumerevoli traduzioni e saggi critici. Hanno detto che è una produzione scarsa, forse supponendo che il poeta sia un produttore di mercanzie; le macchine debbono essere impiegate al massimo. Per fortuna la poesia non è una merce. Essa è una entità di cui si sa assai poco, tanto che due filosofi tanto diversi come Croce, storicista idealista e Gilson, cattolico, sono d'accordo nel ritenere impossibile una storia della poesia. Per mio conto, se considero la poesia come un oggetto ritengo ch'essa sia nata dalla necessità di aggiungere un suono vocale (parola) al martellamento delle prime musiche tribali. Solo molto più tardi parola e musica poterono scriversi in qualche modo e differenziarsi. Appare la poesia scritta, ma la comune parentela con la musica si fa sentire. La poesia tende a schiudersi in forme architettoniche, sorgono i metri, le strofe, le cosiddette forme chiuse. Ancora nelle prime saghe nibelungiche e poi in quelle romanze, la vera materia della poesia è il suono. Ma non tarderà a sorgere con i poeti provenzali una poesia che si rivolge anche all'occhio. Lentamente la poesia si fa visiva perché dipinge immagini, ma è anche musicale: riunisce due arti in una. Naturalmente gli schemi formali erano larga parte della visibilità poetica. Dopo l'invenzione della stampa la poesia si fa verticale, non riempie del tutto lo spazio bianco, è ricca di « a capo » e di riprese. Anche certi vuoti hanno un valore. Ben diversa è la prosa che occupa tutto lo spazio e non dà indicazioni sulla sua pronunziabilità. E a questo punto gli schemi metrici possono essere strumento ideale per l'arte del narrare, cioè per il romanzo. E' il caso di quello strumento narrativo che è l'ottava, forma che è già un fossile nel primo Ottocento malgrado la riuscita del Don Giovanni di Byron (poema rimasto interrotto a mezza strada). Ma verso la fine dell'Ottocento le forme chiuse della poesia non soddisfano più né l'occhio né l'orecchio. Analoga osservazione può farsi per il Blank verse inglese e per l'endecasillabo sciolto italiano. E nel frattempo fa grandi passi la disgregazione del naturalismo ed è immediato il contraccolpo nell'arte pittorica. (...)

Quali conclusioni possono trarsi da fatti simili? Evidentemente le arti, tutte le arti visuali, stanno democraticizzandosi nel senso peggiore della parola. L'arte è produzione di oggetti di consumo, da usarsi e da buttarsi via in attesa di un nuovo mondo nel quale l'uomo sia riuscito a liberarsi di tutto, anche della propria coscienza. L'esempio che ho portato potrebbe estendersi alla musica esclusivamente rumoristica e indifferenziata che si ascolta nei luoghi dove milioni di giovani si radunano per esorcizzare l'orrore della loro solitudine. Ma perché oggi più che mai l'uomo civilizzato è giunto ad avere orrore di se stesso?
(...)
 In tale paesaggio di esibizionismo isterico quale può essere il posto della più discreta delle arti, la poesia? La poesia cosiddetta lirica è opera frutto di solitudine e di accumulazione. Lo è ancora oggi ma in casi piuttosto limitati. Abbiamo però casi più numerosi in cui il sedicente poeta si mette al passo coi nuovi tempi. La poesia si fa allora acustica e visiva. Le parole schizzano in tutte le direzioni come l'esplosione di una granata, non esiste un vero significato, ma un terremoto verbale con molti epicentri. La decifrazione non è necessaria, in molti casi può soccorrere l'aiuto dello psicanalista. 
La poesia lirica ha certamente rotto le sue barriere. C'è poesia anche nella prosa, in tutta la grande prosa non meramente utilitaria o didascalica: esistono poeti che scrivono in prosa o almeno in più o meno apparente prosa; milioni di poeti scrivono versi che non hanno nessun rapporto con la poesia. Ma questo significa poco o nulla. Il mondo è in crescita, quale sarà il suo avvenire non può dirlo nessuno. Ma non è credibile che la cultura di massa per il suo carattere effimero e fatiscente non produca, per necessario contraccolpo, una cultura che sia anche argine e riflessione. Possiamo tutti collaborare a questo futuro. Ma la vita dell'uomo è breve e la vita del mondo può essere quasi infinitamente lunga.

Avevo pensato di dare al mio breve discorso questo titolo: potrà sopravvivere la poesia nell'universo delle comunicazioni di massa? E' ciò che molti si chiedono, ma a ben riflettere la risposta non può essere che affermativa. Se s'intende... quella che rifiuta con orrore il termine di produzione, quella che sorge quasi per miracolo e sembra imbalsamare tutta un'epoca e tutta una situazione linguistica e culturale, allora bisogna dire che non c'è morte possibile per la poesia.
(...)

Ma ora per concludere debbo una risposta alla domanda che ha dato un titolo a questo breve discorso. Nella attuale civiltà consumistica che vede affacciarsi alla storia nuove nazioni e nuovi linguaggi, nella civiltà dell'uomo robot, quale può essere la sorte della poesia? Le risposte potrebbero essere molte. La poesia è l'arte tecnicamente alla portata di tutti: basta un foglio di carta e una matita e il gioco è fatto. 
(...)
Si potrebbero moltiplicare le domande con l'unico risultato che non solo la poesia, ma tutto il mondo dell'espressione artistica o sedicente tale è entrato in una crisi che è strettamente legata alla condizione umana, al nostro esistere di esseri umani, alla nostra certezza o illusione di crederci esseri privilegiati, i soli che si credono padroni della loro sorte e depositari di un destino che nessun'altra creatura vivente può vantare. Inutile dunque chiedersi quale sarà il destino delle arti. E' come chiedersi se l'uomo di domani, di un domani magari lontanissimo, potrà risolvere le tragiche contraddizioni in cui si dibatte fin dal primo giorno della Creazione (e se di un tale giorno, che può essere un'epoca sterminata, possa ancora parlarsi).

 
da http://nobelprize.org

ALTRE POESIE........



DA "LE OCCASIONI" (1939)
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A Liuba che parte

Non il grillo ma il gatto
del focolare
or ti consiglia, splendido
lare della dispersa tua famiglia.
La casa che tu rechi
con te ravvolta, gabbia o cappelliera?
sovrasta i ciechi tempi come il flutto
arca leggera - e basta al tuo riscatto.

Incespicare

Incespicare, incepparsi
è necessario
per destare la lingua
dal suo torpore. Ma la balbuzie non basta
e se anche fa meno rumore
è guasta lei pure. Così
bisogna rassegnarsi
a un mezzo parlare. Una volta
qualcuno parlò per intero
e fu incomprensibile. Certo
credeva di essere l’ultimo
parlante. Invece è accaduto
che tutti ancora parlano
e il mondo
da allora è muto. (Satura II)


Nel silenzio

Oggi è sciopero generale.
Nella strada non passa nessuno.
Solo una radiolina dall’altra parte del muro.
Da qualche giorno deve abitarci qualcuno.
Mi chiedo che ne sarà della produzione.
La primavera tarda alquanto a prodursi.
Hanno spento in anticipo il termosifone.
Si sono accorti ch’è inutile il servizio postale.
Non è un gran male il ritardo delle funzioni normali.
E’ d’obbligo che qualche ingranaggio non ingrani.
Anche i morti si son messi in agitazione.
Anch’essi fanno parte del silenzio totale.
Tu stai sotto una lapide. Risvegliarti non vale
perché sei sempre desta. Anche oggi ch’è sonno universale.
(Satura II)


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Ribaltamento (da "Quaderno di quattro anni")

La vasca è un grande cerchio, vi si vedono
ninfee e pesciolini rosa pallido.
Mi sporgo e vi cado dentro ma dà l'allarme
un bimbo della mia età
Chissà se c'è ancora acqua. Curvo il braccio
e tocco il pavimento della mia stanza.

Strofa unica di sei versi di cui tre endecasillabi. La poesia, scritta negli ultimi anni di vita del poeta, richiama un ribaltamento  rispetto a diversi punti di vista: un vero e proprio rovesciarsi del bimbo nella vasca, ma anche un ribaltamento tra sogno e veglia e un passaggio dall'età infantile a quella anziana. Montale scrisse che raccontava un brutto sogno. Per l'argomento onirico, si può interpretare psicoanaliticamente: la vasca come ventre materno, e il pavimento la dura realtà. Datato 16 aprile 1976.
Il tema liquido del ricordo richiama "Cigola la carrucola nel pozzo". 
                                   
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DUE POESIE SULLA MEMORIA

Cigola la carrucola del pozzo
l'acqua sale alla luce e vi si fonde.
Trema un ricordo nel ricolmo secchio,
nel puro cerchio un'immagine ride.
Accosto il volto a evanescenti labbri:
si deforma il passato, si fa vecchio,
appartiene ad un altro...
Ah che già stride
la ruota, ti ridona all'atro fondo,
visione, una distanza ci divide.   
(in Ossi di Seppia)

La lirica si configura come un’unica strofa di versi endecasillabi, con alcune rime che rimandano a rime dantesche dell’inferno,  assonanze (ricòrdo-ricòlmo, sècchio-cèrchio,accòsto-vòlto, àtro-passàto, defòrma-ridòna), consonanze e iterazioni foniche disseminate nel testo, che creano un effetto d’eco  (Cigola la CaRRuCola….tRema un RiCoRdo nel RiColmo seCChio…nel puRo CeRChio..la Ruota Ridona all’atRo fondo).
I versi 7-8 costituiscono un verso spezzato in due emistichi separati in realtà da puntini sospensivi e dallo spazio bianco, si tratta di un endecasillabo a maiore con sinalefe tra le due sezioni.
Il verbo “Cigola” nell’incipit  rimanda al suono stridente ed acuto, reso  più evidente dall’anastrofe e dalla sequenza degli sdruccioli ( Cìgola .. carrùcola v.1). Il suono sgradevole della carrucola rappresenta fonosimbolicamente la fatica della risalita del secchio dalla profondità del pozzo , correlativo oggettivo della memoria; lo stridio della carrucola rimanda alla psicologia del poeta che faticosamente dalla profondità della memoria recupera il ricordo di un volto caro, forse il suo stesso volto o quello della donna amata. La riappropriazione del ricordo si identifica con il cerchio al verso 4, forma geometricamente perfetta e adatta a questa magica rievocazione gioiosa del passato ( nel puro cerchio un’immagine ride v.4)
Il secondo verso è tutto costruito su parole piane ( acqua-luce-sale-fonde) che indicano un momento di felicità. All’attimo di gioia allude il rapporto paronomastico al verso 3 ( ricordo-ricolmo) ed il verbo ride al verso 4 chiasticamente contrapposto al verbo trema del verso precedente.
Tuttavia il recupero del ricordo, che affiora alla superficie dell’acqua contenuta nel secchio e che si illumina alla luce del sole, è evanescente ed effimero fino a dissolversi ( evanescenti labbri v.5) .
All verso 3 il fonema /r/ allitterante ( ricolmo-ricordo) suggerisce e imita il tremolio dell’acqua e la sua instabilità. Il ridiscendere del secchio nel pozzo trova , ancora una volta, riscontro nel tessuto fonico della lirica : il verbo stridere al verso 8 accentua il rumore che accompagna la caduta , qui la consonante /r/ accompagnandosi ai suoni consonantici duri come la dentale /t/ , diventa più cupa. La breve illusione di felicità accompagnata dalla perdita irreparabile del ricordo e della speranza è legata alla rima ride-stride ai versi 4 e 7.
Non mancano termini colti come atro, aggettivo dantesco in vari luoghi dell’Inferno, accanto a termini desunti dal linguaggio quotidiano come secchio- pozzo- ruota, tipici del vocabolario scabro ed essenziale di “Ossi di seppia”.

http://online.scuola.zanichelli.it/letterautori-files/volume-3/pdf-verde/letterautori_verde_volume3_T12.pdf


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NON RECIDERE, FORBICE, QUEL VOLTO  (IN “LE OCCASIONI”, 1937)
  

Non recidere, forbice, quel volto, 
solo nella memoria che si sfolla, 
non far del grande suo viso in ascolto 
la mia nebbia di sempre. 
  
Un freddo cala... Duro il colpo svetta. 
E l'acacia ferita da sé scrolla 
il guscio di cicala 
nella prima belletta di Novembre. 

Si tratta di due quartine di tre endecasillabi e un settenario. Si segnalano le rime volto- ascolto (v 1 e v 3) in assonanza con colpo (v 5) e le rime sfolla- scrolla(v 2 e v 6), inoltre la consonanza di matrice quasi dannunziana sempre- Novembre (v 4 e v 6) , infine le rime al mezzo cala-cigola (v 5 e v 7) e svetta belletta (v 5 e v 8). Nell’endecasillabo iniziale compare una doppia parola sdrucciola. La prima quartina si apre su una formula deprecativa che contrassegna spesso gli incipit di Montale ( non recidere, non chiederci la parola…) e svolge il motivo tipicamente montaliano della labilità del ricordo che non riesce in questo caso a custodire l’immagine della donna amata, sospinta nella oscura nebbia dell’oblio. La seconda quartina di tono completamente diverso, tutto descrittivo in terza persona, presenta l’oggetto- emblema, il correlativo oggettivo dell’accetta del giardiniere che recide l’acacia, determinando la caduta dello scheletro della cicala nella fanghiglia di novembre. Tra i due tempi del testo si instaurano tuttavia molteplici corrispondenze tematiche rafforzate dai richiami fonici che si sono segnalati prima. Alla memoria- coscienza corrisponde l’acacia, al volto, i cui lineamenti si dileguano nell’oblio, fa riscontro il ramo reciso ed il guscio della cicala, mentre la nebbia è richiamata dal fango. L’isotopia che garantisce la coesione semantica del testo è però affidata al gelo della lama ( forbice- accetta). Questa è presentata nella prima quartina con un chiaro uso metaforico con rinvio al mito ( le forbici della Parca che interrompono il tempo). Le equivalenze tra le due strofe sono ravvisabili nelle riprese intertestuali dalla Commedia dantesca. La metafora delle forbici del tempo nell’incipit del componimento potrebbe derivare da Paradiso XVI 9, mentre l’explicit presenta un altro evidente lessema dantesco belletta ( in cui avrà agito il ricordo di un madrigale dannunziano ” Nella belletta” tratto dall’Alcyone?) prelevato dall’Inferno VII 124 ( or ci attristiam nella belletta negra), canto particolarmente fecondo nella memoria montaliana che aveva già agito in Ossi di seppia ( Spesso il male di vivere).

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ANTOLOGIA DI ALTRE POESIE


In limine
Godi se il vento ch' entra nel pomario
vi rimena l'ondata della vita:
qui dove affonda un morto
viluppo di memorie,
orto non era, ma reliquario. 

Il frullo che tu senti non è un volo,
ma il commuoversi dell'eterno grembo;
vedi che si trasforma questo lembo
di terra solitario in un crogiuolo. 

Un rovello è di qua dall'erto muro.
Se procedi t' imbatti
tu forse nel fantasma che ti salva:
si compongono qui le storie, gli atti
scancellati pel giuoco del futuro. 

Cerca una maglia rotta nella rete
che ci stringe, tu balza fuori, fuggi!
Va, per te l'ho pregato, - ora la sete
mi sarà lieve, meno acre la ruggine..


Dopopioggia  (Quaderno dì quattro anni, 1977)

Sulla rena bagnata appaiono ideogrammi
a zampa di gallina. Guardo addietro
ma non vedo rifugi o asili di volatili.
Sarà passata un’anatra stanca, forse azzoppata.
Non saprei decrittare quel linguaggio
se anche fossi cinese. Basterà un soffio
di vento a scancellarlo. Non è vero
che la Natura sia muta. Parla a vanvera
e la sola speranza è che non si occupi

troppo di noi.

Felicità raggiunta

Felicità raggiunta, si cammina
per te sul fil di lama.
Agli occhi sei barlume che vacilla,
al piede, teso ghiaccio che s'incrina;
e dunque non ti tocchi chi più t'ama.
Se giungi sulle anime invase
di tristezza e le schiari,il tuo mattino
è dolce e turbatore come i nidi delle cimase.
Ma nulla paga il pianto del bambino
a cui fugge il pallone tra le case.
                                        (Ossi di seppia)


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Le rime sono più noiose delle
Dame di San Vincenzo: battono alla porta
E insistono. Respingerle è impossibile
E purché stiano fuori si sopportano.
Il poeta decente le allontana
(le rime), le nasconde, bara, tenta
il contrabbando. Ma le pinzochere ardono
di zelo e prima o poi (rime e vecchiarde)
bussano ancora e sono sempre quelle.
(Satura, 1971). 

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Le parole
se si ridestano
rifiutano la sede 
più propizia, la carta
di Fabriano, l’inchiostro
di china, la cartella
di cuoio o di velluto
che le tenga in segreto;
le parole
quando si svegliano
si adagiano sul retro
delle fatture, sui margini
dei bollettini del lotto,
sulle partecipazioni 
matrimoniali o di lutto;
le parole
non chiedono di meglio
che l’imbroglio dei tasti
nell’Olivetti portatile,
che il buio dei taschini 
del panciotto, che il fondo
del cestino, ridottevi 
in pallottole;
le parole
non sono affatto felici
di essere buttate fuori
come zambrocche e accolte
con furore di plausi e 
disonore;
le parole 
preferiscono il sonno 
nella bottiglia al ludibrio 
di essere lette, vendute,
imbalsamate, ibernate;
le parole 
sono di tutti e invano 
si celano nei dizionari
perché c’è sempre il marrano
che dissotterra i tartufi
più puzzolenti e più rari;
le parole
dopo un’eterna attesa
rinunziano alla speranza
di essere pronunziate
una volta per tutte
e poi morire
con chi le ha possedute.
(Satura II)


SATURA (1962-1970)
Mondadori - 1971
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Nel fumo
.
Quante volte t'ho atteso alla stazione
nel freddo, nella nebbia. Passeggiavo
tossicchiando, comprando giornali innominabili,
fumando Giuba poi soppresse dal ministro
dei tabacchi, il balordo!
Forse un treno sbagliato, un doppione oppure una
sottrazione. Scrutavo le carriole
dei facchini se mai ci fosse dentro
il tuo bagaglio, e tu dietro, in ritardo.
Poi apparivi, ultima. E' un ricordo tra tanti altri. 
Nel sogno mi perseguita.
 (Satura II)
.


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