25/09/09

2009 2010 Nuova quinta - Foscolo

UGO FOSCOLO, vai al link:
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"Storia di un suicidio annunciato"- Enzo Siciliano

Le ultime lettere di Jacopo Ortis di Ugo Foscolo costituiscono l' incunabolo del romanzo italiano: dico incunabolo in senso etimologico, un primo modello a stampa riprodotto con forte vicinanza al manoscritto originale. Nelle pagine del romanzo, un fascicolo di lettere intercalate da raccordi narrativi stilati dalla mano del loro destinatario, lasciano avvertire l' odore dell' inchiostro fresco, della ceralacca che sigillava le buste, ancora ci sono tracce di carta spiegazzata dalla mano sbrigativa del corriere di posta. Si avverte l' odor di lacrime dello sventurato ragazzo che le scriveva di furia preparandosi a morire. Jacopo si uccide - e il romanzo è la storia di un suicidio annunciato - come può accadere all' uscita dall' adolescenza, per un eccesso di vitalità, perché il mondo non risponde alle tue esigenze, perché si mostra ostile ai tuoi desideri, e sono desideri che oltrepassano i tuoi sogni. Al liceo ci dicevano che Jacopo si uccide per amore, e che il suicidio per amore era la malattia del secolo: vedi come questa malattia era stata descritta con analitica precisione nel Werther di Goethe, testo esemplare per il nostro Foscolo. Il fatto è che nello Jacopo Ortis (che ora Repubblica propone con una scelta di lettere a cura di Anna Modena) quel male non è proiettato come un male astratto. Foscolo era della razza dei Kleist, dei Puskin: era coetaneo del Beethoven che componeva e pubblicava i Quartetti per archi op. 18 fra il 1798 e il 1801. Ed è per questo, fuori anche dall' idea che il racconto, dettato dalle passioni giovanili del poeta dei Sepolcri, sia del Werther una pedissequa imitazione, è per questo, poiché quel male non vi è proiettato come astratto, che esso è l' incunabolo del romanzo italiano, e sta alla radice della nostra tradizione narrativa. Quel male è visto da Foscolo come un concreto risultato della Storia. Si incrocia, nell' infelicità esistenziale di Jacopo, nel suo bisogno di un Dio che delude pure se se ne avverte la vicinanza, alla fortissima delusione politica, all' impotenza feroce provata di fronte alla "svendita" di Venezia agli austriaci da parte di Napoleone - , liquidazione dell' estremo residuo di libertà italiana, eco di una lontana realtà d' autonomia che nei secoli si era conservata sotto specie di debole fiammella. Arrivò Napoleone con le sue promesse di libertà fraternità uguaglianza per tutti gli italiani; ma erano promesse di fatto pietrificate dallo sguardo meduseo della ragion di stato. E Venezia venne scambiata per uno straccio di pace, dimenticata di lì a poco con noncuranza. Il famosissimo incipit del romanzo, scandito quasi in versi sciolti - «Il sacrificio della nostra patria è consumato: tutto è perduto; e la vita, seppure ne verrà concessa, non ci resterà che per piangere le nostre sciagure, e le nostre infamie» - , che non appare nelle prime versioni a stampa del libro, quelle bolognesi pirata, contraffatte da aggiunte e correzioni editoriali che potessero renderlo meno indigesto alla censura, è presente nell' edizione 1802 voluta e riveduta dall' autore, quella che inviò a Goethe dopo avergli scritto una lettera datata 16 gennaio: «Riceverete il primo volumetto di una mia operetta a cui forse diè origine il vostro Werther. Duolmi che voi non vediate se non i primi atti, per così dire, della tragedia; gli ultimi sono più veri e più caldi. Ho dipinto me stesso, le mie passioni, e i miei tempi sotto il nome di un mio amico ammazzatosi a Padova. Non ho nissun merito nell' invenzione avendo tratto tutto dal vero; i miei concittadini pregiano il mio stile in un' opera dove per mancanza di modelli ho dovuto farmi una lingua mia propria...». Il vero Jacopo Ortis, studente all' università di Padova - frequentata anche da Foscolo - , si era ucciso con due pugnalate al petto, senza lasciar parola per giustificare agli amici, ai parenti un gesto tanto estremo. Quel mistero, quel coraggio furono di ispirazione per lo scrittore. Un possibile romanzo italiano aveva esempi lontani, in Boccaccio e nei novellieri rinascimentali - erano narrazioni di commedia, di vita arguta. Poi, con il loro magistero sulla realtà effettuale, per un romanzo possibile, si affacciavano padrini le ombre dei grandi storici, Machiavelli e Guicciardini. Presso Foscolo, c' era, ravvicinato, l' esempio di Alfieri con l' ardimento tragico della sua esistenza. Alfieri aveva scritto la Vita proprio negli anni in cui Foscolo metteva al segno il suo Ortis. La Vita fu pubblicata postuma nel 1804, quando già l' Ortis conosceva il successo. I due libri costituiscono i primi palinsesti della narrativa moderna. E Jacopo, in questo quadro, è personaggio chiave per la sua, a detta di uno scrittore d' oggi, Aurelio Picca, antica e maschia inattualità. Abbandonato all' istinto, alle incertezze delle illuminazioni interiori, il suo male di vivere si trasforma in un eccesso inarginabile per la vitalità politica e civile che l' investe. La passione patria e la passione per Teresa, la donna che ama e che gli interessi pratici di una famiglia, dentro cui la politica si mescola, gli vietano, lo portano a commettere il gesto estremo. Ma il travaglio non è così lineare: bolle in lui la vita complessa, ardente, colma della corporeità e sensualità che erano del suo autore, una vita sempre incerta e unicamente guidata dalla luce accecante di una vocazione. Foscolo ebbe dalla sua la bellezza incantevole e bruciante della giovinezza. Fra i nostri classici, forse con Nievo che gli era devoto, è quello nel quale - leggilo nel magma adamantino del suo Epistolario - avvertiamo quanto mai caldo l' odore scomposto della vita, proprio l' odore e non il profumo. Incertezze e contraddizioni esistenziali lo segnano. Ufficiale dell' esercito napoleonico, ferito in battaglia, l' amore per la libertà ne fece un perenne disobbediente inseguito da calunnie; finché decise di abbandonare l' Italia e rifugiarsi a Londra contraffacendosi, sempre in caccia di romanzo, nel sembiante del Didimo Chierico di Sterne. Ma la sua sensibilità, la sua intelligenza, la chiarezza della sua espressione lo avevano spinto a disegnare l' incunabolo che ho detto. Pregi e difetti del nostro romanzo sono tutti assiepati in Jacopo Ortis: una non comune forza lirica di scrittura, e in questa nessuna costrizione a sintassi precostituite. I personaggi vi hanno spessore perché messi al fuoco della realtà storica: la loro sofferenza e la loro tragedia è segnata dalle contingenze d' un travaglio dove tutti ebbero sorte di vittime. La bufera delle guerre napoleoniche è più che un telone di sfondo: rende invece tutto incerto, piagato e sofferente. Da un lato, l' altezza verticale di sentimenti che non hanno nome; dall' altro, la vertigine di chi vive quei sentimenti nel sentirsi imprigionato dai fatti. Dal conflitto è nato appunto un romanzo rimasto tuttora esemplare. - ENZO SICILIANO

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