22/03/19

Il nome della rosa: un altro romanzo storico

SINTESI DEL ROMANZOIl bene­dettino Adso da Melk ormai vecchio racconta le vicen­de di cui fu testimone nel novembre del 1327 in un gran­de monastero benedettino del Nord Italia dove giunse come segretario del dotto francescano Guglielmo da Baskerville, incaricato di una delicata missione diplomati­ca. Dopo il loro arrivo, l'abbazia viene sconvolta da una serie di morti inspiegabili: prima il miniaturista Adel­mo, poi il monaco Venanzio, quindi l'aiuto biblioteca­rio Berengario, il monaco erborista e il bibliotecario Malachia. Durante i sette giorni di permanenza all'abbazia Gugliemo conduce le ricerche attraverso colloqui, in­terrogatori e osservando il comportamento dei frati. Ben presto comprende che i delitti muovono dalla bibliote­ca, la più grande della cristianità, costruita come un la­birinto il cui accesso è noto solo al bibliotecario. Nella biblioteca esiste poi una sezione finis Afrìcae a tutti inac­cessibile. Guglielmo e Adso riescono a penetrarvi e sciolgono il mistero. Gli omicidi sono opera dell'ex bi­bliotecario cieco Jorge da Burgos che ha voluto impe­dire la lettura di un libro secondo lui pericolosissimo: il secondo libro della Poetica di Aristotele dedicato al­la commedia e al riso e ritenuto perduto. Jorge convin­to che il libro potesse danneggiare la cristianità ne ha avvelenato le pagine e i frati che hanno tentato di leg­gerlo sono morti. Scoperto, Jorge preferisce morire: di­vora il libro avvelenato e da fuoco alla biblioteca.L'INTERO ROMANZO IN PDF SI TROVA  QUI



Umberto Eco, Il nome della rosa, Milano, Bompiani, 1980


Naturalmente, un manoscritto
Il 16 agosto 1968 mi fu messo tra le mani un libro dovuto alla penna di tale abate Vallet, Le manuscript de Dom Adson de Melk, traduit en français d'après l'édition de Dom J. Mabillon (Aux Presses de l'Abbaye de la Source, Paris, 1842). Il libro, corredato da indicazioni storiche invero assai povere, asseriva di riprodurre fedelmente un manoscritto del XIV secolo, a sua volta trovato nel monastero di Melk dal grande erudito secentesco, a cui tanto si deve per la storia dell'ordine benedettino. La dotta trouvaille (mia, terza dunque nel tempo) mi rallegrava mentre mi trovavo a Praga in attesa di una persona cara. Sei giorni dopo le truppe sovietiche invadevano la sventurata città. Riuscivo fortunosamente a raggiungere la frontiera austriaca a Linz, di lì mi portavo a Vienna dove mi ricongiungevo con la persona attesa, e insieme risalivamo il corso del Danubio. In un clima mentale di grande eccitazione leggevo, affascinato, la terribile storia di Adso da Melk, e tanto me ne lasciai assorbire che quasi di getto ne stesi una traduzione, su alcuni grandi quaderni della Papéterie Joseph Gibert, su cui è tanto piacevole scrivere se la penna è morbida. E così facendo arrivammo nei pressi di Melk, dove ancora, a picco su un'ansa del fiume, si erge il bellissimo Stift più volte restaurato nei secoli. Come il lettore avrà immaginato, nella biblioteca del monastero non trovai traccia del manoscritto di Adso. Prima di arrivare a Salisburgo, una tragica notte in un piccolo albergo sulle rive del Mondsee, il mio sodalizio di viaggio bruscamente si interruppe e la persona con cui viaggiavo scomparve portando seco il libro dell'abate Vallet, non per malizia, ma a causa del modo disordinato e abrupto con cui aveva avuto fine il nostro rapporto. Mi rimase così una serie di quaderni manoscritti di mio pugno, e un gran vuoto nel cuore. Alcuni mesi dopo a Parigi decisi di andare a fondo nella mia ricerca. Delle poche notizie che avevo tratto dal libro francese, mi rimaneva il riferimento alla fonte, eccezionalmente minuto e preciso [---]  
Proprio non so perché mi sia deciso a prendere il coraggio a due mani e a presentare come se fosse autentico il manoscritto di Adso da Melk. Diciamo: un gesto di innamoramento. O, se si vuole, un modo per liberarmi da numerose e antiche ossessioni. Trascrivo senza preoccupazioni di attualità. Negli anni in cui scoprivo il testo dell'abate Vallet circolava la persuasione che si dovesse scrivere solo impegnandosi sul presente, e per cambiare il mondo. A dieci e più anni di distanza è ora consolazione dell'uomo di lettere (restituito alla sua altissima dignità) che si possa scrivere per puro amor di scrittura. E così ora mi sento libero di raccontare, per semplice gusto fabulatorio, la storia di Adso da Melk, e provo conforto e consolazione nel ritrovarla così incommensurabilmente lontana nel tempo (ora che la veglia della ragione ha fugato tutti i mostri che il suo sonno aveva generato), così gloriosamente priva di rapporto coi tempi nostri, intemporalmente estranea alle nostre speranze e alle nostre sicurezze. Perché essa è storia di libri, non di miserie quotidiane, e la sua lettura può inclinarci a recitare, col grande imitatore da Kempis: “In omnibus requiem quaesivi, et nusquam inveni nisi in angulo cum libro.” 
5 gennaio 1980 

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Il romanzo si apre ironicamente facendo riferimento al manoscritto manzoniano. Il racconto del reperimento del testo e delle ricerche successive e della decisione di riscriverlo e pubblicarlo è naturalmente fittizia ma basata su ricerche storiche accurate. 
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FINALE
Rovistando tra le macerie trovavo a tratti brandelli di pergamena, precipitati dallo scriptorium[1] e dalla biblioteca e sopravvissuti come tesori sepolti nella terra; e incominciai a raccoglierli, come se dovessi ricomporre i fogli di un libro…Povera messe fu la mia, ma passai una intera giornata a raccoglierla,come se da quelle disiecta membra[2] della biblioteca dovesse pervenirmi un messaggio. Alcuni brandelli di pergamena erano scoloriti, altri lasciavano intravvedere l’ombra di una immagine, a tratti il fantasma di una o più parole…Larve di libri, apparentemente ancora sane di fuori ma divorate all’interno: eppure qualche volta si era salvato un mezzo foglio, traspariva un incipit, un titolo…Raccolsi ogni reliquia che potei trovare, e ne empii due sacche da viaggio. Lungo il viaggio di ritorno e poi a Melk passai molte e molte ore a tentar di decifrare quelle vestigia[3]. Spesso riconobbi da una parola o da una immagine residua di quale opera si trattasse. Quando ritrovai nel tempo altre copie di quei libri, li studiai con amore, come se il fato mi avesse lasciato quel legato[4] , come se l’averne individuato la copia distrutta fosse stato un segno chiaro del cielo che diceva tolle et lege[5]. Alla fine della mia paziente ricomposizione mi si disegnò come una biblioteca minore, segno di  quella maggiore scomparsa, una biblioteca fatta di brani, citazioni, periodi incompiuti, moncherini di libri. Più rileggo questo elenco più mi convinco che esso è effetto del caso e non contiene alcun messaggio. Ma queste pagine incomplete mi hanno accompagnato per tutta la vita che da allora mi è rimasta da vivere, le ho spesso consultate come un oracolo[6], e ho quasi l’impressione che quanto ho scritto su questi fogli, che tu ora leggerai, ignoto lettore, altro non sia che un centone[7]che non dice e non ripete altro che ciò che quei frammenti mi hanno suggerito, né so più se io abbia sinora parlato di essi o essi abbiano parlato per bocca mia. Ma quale delle due venture[8] si sia data, più recito a me stesso la storia che ne è sortita, meno riesco a capire se in essa vi sia una trama che vada al di là della sequenza naturale degli eventi e dei tempi che li connettono. Ed è cosa dura per questo vecchio monaco, alle soglie della morte, non sapere se la lettera[9] che ha scritto contenga un qualche senso nascosto, e se più d’ uno, e molti, o nessuno. Ma questa mia inabilità a vedere è forse effetto dell’ombra che la  grande tenebra che si avvicina sta gettando sul mondo incanutito…Non mi rimane che tacere. O quam salubre, quam iucundum et suave est sedere in solitudine et tacere et loqui cum Deo![10] Tra poco mi ricongiungerò col mio principio, e non credo più che sia il Dio di gloria di cui mi avevano parlato gli abati del mio ordine, o di gioia, come credevano i minoriti [11]di allora, forse neppure di pietà. Gott ist ein lautes Nichts, ihn rührt kein Nun noch Hier[12] . Mi inoltrerò presto in questo deserto amplissimo, perfettamente piano e incommensurabile, in cui il cuore veramente pio soccombe beato. Sprofonderò nella tenebra divina, in un silenzio muto e in una unione ineffabile, e in questo sprofondarsi andrà perduta ogni eguaglianza e ogni disuguaglianza, e in quell’abisso il mio spirito perderà se stesso, e non conoscerà né l’uguale né il disuguale, né altro: e saranno dimenticate tutte le differenze…Fa freddo nello scriptorium, il pollice mi duole. Lascio questa scrittura, non so per chi, non so più intorno a che cosa: stat rosa pristina nomine, nomina nuda tenemus.[13]

Si tratta qui delle ultime pagine del romanzo. E’ evidente che la trattazione è metaletteraria: nelle parole del monaco Adso sentiamo che Eco  parla della sua stessa  scrittura.  della sua modalità di raccolta-assemblaggio- rifacimento di tanti altri testi precedenti, a volte in chiave parodica, a volte come citazione seria (”…una biblioteca fatta di brani, citazioni, periodi incompiuti, moncherini di libri…”) La convinzione è che nulla di nuovo si possa più scrivere, eppure si debba ancora scrivere, o meglio ancora, narrare storie. Si tenga conto che al principio del romanzo si parla di un manoscritto ritrovato, evidente rinvio a Manzoni.
L’altro riferimento interessante è il rivolgersi diretto all’ignoto lettore, con una richiesta di comprensione. Il testo è un capisaldo della letteratura postmoderna, anche per il commento che Eco ne fece e la sua teoria della lettura possibile su livelli diversi.
In classe questo brano può aprire la discussione proprio sulla scrittura fatta di altre scritture, di infiniti rimandi, come un puzzle.






[1] scriptorium: la zona della biblioteca in cui si copiavano i manoscritti.
[2] disiecta membra: parti staccate
[3] vestigia: resti
[4] legato: compito
[5] tolle et lege: prendi e leggi.
[6] oracolo: sentenza di indovino
[7] centone: elemento di scarto, roba copiata
[8] venture: possibilità
[9] lettera: qui nel senso di testo
[10] O quam…Deo:  “O come è salutare e gioioso e soave sedere in solitudine e tacere e parlare con Dio!
[11] Minoriti: francescani dell’ordine minore
[12] Gott…hier:
[13] stat … tenemus: la rosa esiste in primo luogo nel nome, possediamo solo i nomi. 

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