23/10/17

Il romanzo storico? Elsa Morante e LA STORIA

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 Biografia della scrittrice
E’ curioso il gioco dei nomi nella vita di Elsa Morante.
Nata a Roma da Irma Poggibonsi e Francesco Lo Monaco, suoi genitori naturali, ebbe come padre legittimo Augusto Morante, marito della madre. Il suo cognome perciò, dal suono particolarmente eufonico, è un obbligo d’anagrafe, ma anche una sorta di pseudonimo legale, un ‘doppio’ di nascita. Segno, questo, che si sposa benissimo con la natura immaginifica e segreta di Elsa.


Nella sua creazione letteraria, d’altra parte, il mondo della fiaba è quello che le è più congeniale. Costituisce un percorso che evolve lungo tutta la durata della sua vita, dagli inizi precoci dei raccontini infantili, alle prime prove più impegnative pubblicate in rivista e in libro, ai risultati maggiori del periodo dopo la seconda guerra mondiale.
Il fantastico è sempre presente, è il serbatoio da cui lei prende ispirazione, associazioni e perfino linguaggio : “Accade nei romanzi come nei sogni : una magica trasposizione della nostra vita, forse ancora più significativa della vita stessa perchè arricchita della forza dell’immaginazione”.
Elsa nacque con il gusto della scrittura : “La mia intenzione di fare la scrittrice è nata, si può dire, insieme a me”. Autodidatta, senza scuole elementari, a sei anni componeva storie e poesie piene di illustrazioni a colori. Un suo quaderno è titolato : Elsa Morante. Il mio primo libro. Narra la storia di una bambina.
La scuola fu limitata a ginnasio e liceo, sempre continuando la sua attività di scrittrice per bambini, con produzioni che pubblicava su vari giornali. La pagavano regolarmente, come racconta lei stessa, con una punta non di venalità, ma di soddisfazione.
A diciotto anni, finiti gli studi, uscì dalla famiglia, ansiosa di una vita sua. Si manteneva dando lezioni di latino e scrivendo tesi di laurea.
Per due anni almeno la letteratura venne dimenticata, non perduta però. Fu una parentesi, una intermittenza, perchè già subito dopo, nei primi anni Trenta, aveva conosciuto Giacomo Debenedetti, cominciato a scrivere per il ‘Meridiano di Roma’, poi intrapresi i racconti che diventarono Il gioco segreto.

Nel 1936 si legò a Moravia, vivendo con lui una relazione amorosa contraddittoria, alternata tra desiderio e rifiuto, separazioni e riprese. Si sposarono nel 1941. Si sarebbero separati nel 1962, ma non divorziarono mai.
Elsa, in quegli anni, scriveva su ‘Oggi’, settimanale diretto da Mario Pannunzio e Arrigo Benedetti.
Nel 1942 Elsa Morante iniziò il rapporto con Einaudi. L’editore torinese stampava Le bellissime avventure di Caterì dalla trecciolina, edizione del settembre 1942, in 4°, illustrata in copertina e nel testo dai disegni dell’autrice. I racconti erano d’epoca ginnasiale, un ‘romanzo/fiaba’ lo definì  Elsa. L’edizione si esaurì subito e divenne quasi introvabile.
E’ stato ampiamente dimostrato che l’opera della Morante può suddividersi in due epoche, non uniformi nè di pari importanza : la prima è quella dei racconti, nasce dall’infanzia, comprende la giovinezza, arriva ai due libri Il gioco segreto e Le bellissime avventure; la seconda è quella dei grandi romanzi.
In mezzo ci fu la guerra: la guerra significò l’abbandono di Roma. Dapprima Elsa riparò, assieme a Moravia, a Sant’Agata, paesino in Ciociaria,  poi a Napoli fino all’estate del ‘44.
Da due anni aveva cominciato a scrivere Menzogna e sortilegio : “Il libro che rimane per me il più notevole che io ho scritto : tale che forse non potrò mai scriverne un altro dello stesso valore”.
La gestazione durò oltre quattro anni. Nell’inverno 1948 la Morante mandò il libro in visione a Natalia Ginzburg all’Einaudi. La Ginzburg lesse, Pavese approvò.
Il titolo del libro era all’inizio Vita di mia nonna, poi mutato felicissimamente in quello definitivo. La Morante stessa diceva : “Le due parole del titolo riassumono, in certo modo, le vicende di questo romanzo : dove il contrasto fra la cronaca quotidiana e i mondi favolosi dell’immaginazione porta quasi tutti i personaggi a una conclusione tragica”.
Il 15 agosto Menzogna e sortilegio vinceva il Viareggio. Elsa andò a ritirare il premio accompagnata da Natalia Ginzburg.
La vittoria al premio Viareggio proiettò lei e Menzogna e sortilegio alla ribalta. Ci fu rumore, nacque un caso. In pieno neoralismo un racconto fantastico di 700 pagine lasciò i critici interdetti.
Nove anni dopo, nel febbraio 1957, la Morante pubblicò il romanzo L’isola di Arturo, ancora da Einaudi, ancora vincitore di uno dei maggiori premi italiani, lo Strega.
Questa volta la lode fu unanime e il successo immediato.
Giacomo Debenedetti consacrò libro e autrice in un famoso articolo, apparso sul n. 26, maggio-giugno 1957, di ‘Nuovi Argomenti’, forse massima rivista critica del tempo.
Ci furono grandi viaggi in Russia, in Cina, negli Stati Uniti, in Sud America, in India.
Conobbe Bill Morrow, giovane pittore americano, grande nuovo amore, finito tragicamente. Si divise da Moravia.
Quattro anni per La Storia iniziato nel 1971 e uscito nel 1975.
Elsa Morante morì d’infarto il 25 novembre 1985, dopo quattro anni di malattia.

Questo articolo è basato su Elsa Morante, Opere, a cura di Carlo Cecchi e Cesare Garboli, Milano, Mondadori, 2 voll., 1988-1990.
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Non c'è parola, in nessun linguaggio umano, capce di consolare le cavie che non sanno il perché della loro morte. 
(Un sopravvissuto di Hiroshima)




...hai nascosto queste cose ai dotti e ai savi e le hai rivelate ai piccoli ... perché cosí a te piacque.

(Luca, X - 21)
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Alla Storia, romanzo pubblicato direttamente in edizione economica nel 1974 e ambientato a Roma durante e dopo l'ultima guerra (1941-47), Elsa Morante ha consegnato la massima esperienza della sua vita
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Elsa Morante, La storia, Torino, Einaudi, 1974
Una di quelle mattine Ida, con due grosse sporte al braccio, tornava dalla spesa tenendo per mano Useppe. (…)
Uscivano dal viale alberato non lontano dallo Scalo Merci, dirigendosi in via dei Volsci, quando, non preavvisato da nessun allarme, si udì avanzare nel cielo un clamore d’orchestra metallico e ronzante. Useppe levò gli occhi in alto, e disse: “Lioplani”[1]. E in quel momento l’aria fischiò, mentre già in un tuono enorme tutti i muri precipitavano alle loro spalle e il terreno saltava d’intorno a loro, sminuzzato in una mitraglia di frammenti.
“Useppe! Useppee,.!” urlò Ida, sbattuta in un ciclone nero e polveroso che impediva la vista: “Mà sto qui”, le rispose all’altezza del suo braccio, la vocina di lui, quasi rassicurante. Essa lo prese in collo[2] (…)
Intanto, era cominciato il suono delle sirene. Essa, nella sua corsa, sentì che scivolava verso il basso, come avesse i pattini, su un terreno rimosso che pareva arato, e che fumava. Verso il fondo, essa cadde a sedere, con Useppe stretto fra le braccia. Nella caduta, dalle sporta le si era riversato il suo carico di ortaggi, fra i quali, sparsi ai suoi piedi, splendevano i colori dei peperoni, verde, arancione e rosso vivo.
Con una mano, essa si aggrappò a una radice schiantata, ancora coperta di terriccio in frantumi, che sporgeva verso di lei. E assestandosi meglio, rannicchiata intorno a Useppe, prese a palparlo febbrilmente in tutto il corpo, per assicurarsi ch’era incolume[3]. Poi gli sistemò sulla testolina la sporta vuota come un elmo di protezione. (…) Useppe, accucciato contro di lei, la guardava in faccia, di sotto la sporta, non impaurito, ma piuttosto curioso e soprapensiero. “Non è niente”, essa gli disse, “Non aver paura. Non è niente”. Lui aveva perduto i sandaletti ma teneva ancora la sua pallina stretta nel pugno. Agli schianti più forti, lo si sentiva appena tremare:
“Nente…” diceva poi, fra persuaso e interrogativo.
I suoi piedini nudi si bilanciavano quieti accosto[4] a Ida, uno di qua e uno di là. Per tutto il tempo che aspettarono in quel riparo, i suoi occhi e quelli di Ida rimasero, intenti, a guardarsi. Lei non avrebbe saputo dire la durata di quel tempo. Il suo orologetto da polso si era rotto; e ci sono delle circostanze in cui, per la mente, calcolare una durata è impossibile.
Al cessato allarme, nell’affacciarsi fuori di là, si ritrovarono dentro una immensa nube pulverulenta[5] che nascondeva il sole, e faceva tossire col suo sapore di catrame: attraverso questa nube, si vedevano fiamme e fumo nero dalla parte dello Scalo Merci. (…)
La vocina di Useppe ripeteva a Ida una domanda incomprensibile, in cui le pareva di riconoscere la parola casa: “Mà, quando torniamo a casa?”. La sporta gli calava sugli occhietti, e lui fremeva, adesso, in una impazienza feroce. Pareva fissato in una preoccupazione che non voleva enunciare, neanche a se stesso “mà?….casa?…” seguitava ostinata la sua vocina. Ma era difficile riconoscere le strade familiari. Finalmente, di là da un casamento semidistrutto, da cui pendevano travi e le persiane divelte[6], fra il solito polverone di rovina, Ida ravvisò[7], intatto, il casamento[8] con l’osteria, dove andavano a rifugiarsi le notti degli allarmi. Qui Useppe prese a dibattersi con tanta frenesia che riuscì a svincolarsi dalle sue braccia e a scendere in terra. E correndo coi suoi piedini nudi verso una nube più densa di polverone, incominciò a gridare:
“Bii! Biii! Biiii!” [9]
Il loro caseggiato era distrutto (…)
Dabbasso delle figure urlanti o ammutolite si aggiravano fra i lastroni di cemento, i mobili sconquassati, i cumuli di rottami e di immondezze. Nessun lamento ne saliva, là sotto dovevano essere tutti morti. Ma certune di quelle figure, sotto l’azione di un meccanismo idiota, andavano frugando o raspando con le unghie fra quei cumuli, alla ricerca di qualcuno o qualcosa da recuperare. E in mezzo a tutto questo, la vocina di Useppe continuava a chiamare:
“Bii! Biii! Biiii!”

Romanzo ampio  centrato su fatti storici visti però dal basso, a livello dei deboli, degli inermi, come il bambino Useppe.  Il meccanismo del punto di vista che trasforma la narrazione è particolarmente interessante ed è esercitabile in una richiesta di scrittura con trasformazione del punto di vista.
E’ inoltre utile  discutere della presenza della storia nella letteratura, in particolare non della storia lontana come aveva fatto il romanzo storico ottocentesco, ma della storia pressochè contemporanea.  Romanzo come documento?  Quali elementi peculiari della nostra storia la letteratura può restituirci?  Può ampliare l’orizzonte una ricerca sui romanzi realistici- a partire dal Calvino del Sentiero di nidi di ragno e di tutta la letteratura sulla resistenza e le guerre- fino a 54 dei Wu Ming (vedi)




[1] Lioplani: sta per areoplani nel linguaggio del bambino
[2] in collo: in braccio
[3] incolume: non ferito
[4] accosto: accanto
[5] pulvurulenta: piena di polvere
[6] divelte: strappate via
[7] ravvisò: cominciò a vedere, a riconoscere
[8] il casamento: il palazzo, il caseggiato
[9] Bii: era il nome del cane
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Il dibattito su "La Storia" (a cura di Graziella Bernabò )
E decisamente inquietante rileggere oggi le recensioni del 1974 su la Storia. Non solo perché, intorno a questo romanzo, sorse un vero e proprio "caso" letterario: in fondo qualcosa di simile era già accaduto in precedenza per Metello di Pratolini e per Il Gattopardo di Tomasi di Lampedusa. Al di là della comprensibile divergenza delle posizioni critiche, ciò che più risalta attualmente è la profonda ingiustizia consumata in quell'occasione da ampi settori del mondo culturale italiano - con giudizi tanto distruttivi quanto superficiali- nei confronti di una scrittrice come Elsa Morante, indifferente da sempre alle sirene del mercato letterario e abituata a lavorare scrupolosamente per molti anni su ognuno dei propri libri, in un'avventura completa e totalizzante che la coinvolgeva anima e corpo, fino a risultati ogni volta assolutamente inediti.  Appaiono assurde certe stroncature dettate da una lettura frettolosa dell'opera, un romanzo che traeva la sua forza dirompente proprio dal fatto di essere estraneo - per la sua ricchezza di struttura e di linguaggio, e per una sua interna "provocatorietà"- a qualunque schema, politico o letterario, che pretendesse di rinchiudere la realtà - nella sua multiforme bellezza come nei suoi risvolti più tragici-, e la sua rappresentazione poetica, in qualche formula ideologicamente accettabile. Purtroppo la "Storia" con la "S" maiuscola è continuata in questi ultimi decenni nei medesimi termini tragici messi in evidenza da Elsa Morante; ed ecco che allora rileggere il romanzo con rinnovata attenzione, riflettendo seriamente sul dibattito critico da esso suscitato, può essere l'occasione non solo per recuperare il senso di una scrittura sconfinata, travolgente e di grandissima originalità, ma anche per una meditazione non addomesticata sulla realtà del Novecento e, più ampiamente, del nostro tempo.

Natalia Ginzburg, I personaggi di Elsa, in "Corriere" della Sera", 21 luglio 197 4. p. 12---

 La Storia è un romanzo scritto per gli altri. Ora, da moltissimi anni, l'idea di un romanzo scritto per gli altri sembrava volata via dalla terra. l'idea degli altri, da moltissimi anni, è un'idea che genera angoscia, perché gli altri appaiono irraggiungibili. Nei poeti, come Kafka o Beckett, la sterminata lontananza degli altri e l'angoscia diventano un grande universo notturno, nel quale l'uomo riconosce se stesso. Ma quando sono assenti la poesia e la grandezza, ciò che resta è uno squallore sterile, fatuo e triste. Da moltissimi anni, i romanzieri scrivono unicamente per sé. Scrivono per essere meno tristi, meno angosciati, meno soli. ( ... ) Come romanzie ho trCNato straordinaria nella Storia l'assoluta assenza di quelli che sono oggi, nei romanzieri, i vizi dello spirito. Assente il ribrezzo. assente la vanagloria, assente la preoccupazione della propria miseria, dell'angustia dei propri confini.( ... ) La Storia è un romanzoscritto in terza persona. Un romanziere, oggi, della terza persona, ha paura come di una tigre. Egli sa che nella terza persona, nell'egli, si nasconde ogni specie di pericolo. Scrivendo "io" si sente assai più sicuro, perché tutti i suoi limiti sono subito denunciati.
Nella Storia l'io narrante esiste, ma si affaccia solo ogni tanto. e nello spazio di poche righe. l'io narrante è però, nella Storia,importantissimo, e non denuncia dei limiti, ma è invece il punto da cui viene contemplato il mondo. È un punto insieme altissimo e sotterraneo, dotato di uno sguardo che vede l'infinita estensione degli orizzonti e le infinite e minime rughe e crepe del suolo. Tale sguardo non conosce limiti, né in estensione, né in profondità. Sceglie e raggiunge alcune fra le più sperdute ere  della terra. segue il corso del loro destino e ne illumina la qualità misteriosa. In un simile sguardo, la felicità e la sventura, la vita e la morte, risplendono di luce diversa, ma è sempre luce. la tenebra non è nella morte, ma nei poteri occulti della "Storia", che decretano la morte e la sventura degli umili, gli stermini e le stragi. la sventura non rappresenta, nei confronti della felicità, un crollo nella notte, ma piuttosto un'esplosione di luce ancora più abbagliante, così abbagliante che non riescono a reggerla né lo sguardo, né il cuore. la morte del cane Blitz, la partenza dei Mille dallo stanzone, la morte di Ninnuzzu, le parole ingiuriose di Davide al bambino Useppe ("Vattene, brutto idiota, col tuo cagnaccio!") hanno gli accordi strazianti della sventura ma non annientano gli accordi melodiosi della felicità, non ne spengono la gloria indistruttibile e immortale. la sventura, la malattia, la pazzia, la morte, sono offese orrende contro la felicità, l'infanzia e la vita, e tuttavia sono, nei confronti della felicità, dell'infanzia e della vita, in condizioni di parità. ( ... ) Quelli che hanno detto che La Storia ha parentele con il neo-realismo, si sono sbagliati. Il neo-realismo vedeva la seconda guerra mondiale, e Roma in quegli anni, e la borsa nera, e le deportazioni degli ebrei, e il dopo-guerra, da vicino e però in piccolo, su uno sfondo dai contorni duri e precisi, suggellati da rozze speranze. Qui, le medesime cose sono viste in una dimensione immensa e confusa, in profondità e nello stesso tempo come da lontananze sterminate, e non ci sono più tracce di quelle stesse rozze speranze. la voce che racconta, nella Storia, è la voce di chi ha attraversato i deserti della disperazione. È la voce di chi sa che le guerre non hanno mai fine, e che saranno sempre deportati gli ebrei, o altri per loro.
Quelli che hanno detto che i personaggi della Storia ci sono già stati in Moravia o in Pasolini, 7 si sono sbagliati, perché hanno scambiato per rassomiglianze delle identità di ambiente sociale o di costume, identità che non hanno, nei lineamenti reali d'un personaggio, nessuna importanza reale. In verità i personaggi della Storia non erano mai esistiti prima. Essi sono inseparabili l'uno dall'altro, e inseparabili dai loro destini, così come non si può pensare un grande quadro senza ogni suo minimo dettaglio e ogni suo minimo colore. Essi sono tutti, siano situati in primo piano o in secondo piano, egualmente essenziali. Ma il fatto nuovo, nella Storia, è che i personaggi non sono, fra loro, eguali ed essenziali e inseparabili soltanto perché dotati tutti d'una medesima vita poetica, ma anche perché sono tutti pensati in condizioni di parità. ( ... )

Pier Paolo Pasolini, La gioia della vita, la violenza della Storia, in "Tempo", 26 luglio 197 4. pp. 77-78;  Un'idea troppo fragile nel mare sconfinato della storia, "Tempo", 2 agosto 197 4. pp. 75·76 .

( ... ) non c'è dubbio che il grosso libro si divide almeno in tre libri magmaticamente fusi tra loro: il primo di questi libri è bellissimo- è straordinariamente bello- basti dire che mi è capitato di leggerlo nel bel mezzo di una rilettura dei Fratelli Karamazov e che reggeva mirabilmente il confronto. Il secondo libro invece è completamente mancato, non è altro che un ammasso di informazioni sovrapposte disordinatamente, quasi, si direbbe, senza pensarci sopra; il terzo libro è bello, benché molto discontinuo e con molte ricadute nella confusione un po' presuntuosa del libro di mezzo. Nel primo libro si narra la storia dei padri, visti addirittura come antenati; l'azione è in un altrove (la Calabria) che corrisponde alla dislocazione del tempo della narrazione in un periodo "anteriore", già completamente elaborato e quindi cristallizzato dalla morte. Quivi gli avi vivono circostanze e azioni perfettamente essenziali, poetizzate già dal fatto di a p parte n e re al passato: possono quindi cadere sotto il completo dominio dell'autrice che ha la ventura di essere in vita e di conoscerle. Sia il ramo calabrese (il padre Ramundo) che il ramo ebreo la madre Almagià), con la loro cerchia, occupano spazi e tempi perfetti. La loro morte non è ideologica, se non in quanto appartenente al mito. Essa consente dunque alla loro vita, finita, di essere totalmente espressa: di essere quella e non altra. ( ... )

Il secondo libro va dalla nascita del bastardello, al bombardamento di San Lorenzo, allo sfollamento di Ida e del cucciolo Useppe nella casermetta di Pietra lata, alla resistenza anarchico-comunista (alla spagnola), in cui si fa luce il figlio, diciamo così di primo letto di Ida, Ninnarieddo, insieme con un altro protagonista del libro, Davide Segre, ebreo. (Nella casermetta di Pietralata si ammassano però molti personaggi le cui storie danno al racconto un carattere corate, esteriormente neorealistico). La guerra finisce, Ida si trasferisce a Testaccio, dove compare e riscompare l'altro figlio grande, il seduttore (teppista, ex fascista, ex comunista, ex anarchico, borsaro nero, rivoluzionario - un po' retrodatato, per la verità, come il suo amico Davide).

L'ultimo libro è "Il libro delle morti". La guerra è finita, ma tutti i personaggi muoiono dopo.( ... ) L'insieme del romanzo si configura come un confronto tra la vita e la Storia: tra un capitolo e l'altro del romanzo (concepito ad annali) ci sono infatti brevi inserti che riassumono gli avvenimenti storici oggettivi - con stile da manuale- dal 1941 al 1947. Nel "primo libro" questa è una trovata, diciamo "strutturale", straordinaria, Perché? Perché la vita che si oppone atta Storia è una vita di morti, e quindi una vita non esaltata e strumentalizzata in quanto tale. C'è una reale incompatibilità tra essa e la Storia. L'opposizione non può essere dialettica: e quindi non rischia di essere ideologica e velleitaria. Le cose stanno così e basta: il confronto tra la vita dei morti e la Storia produce stupendi effetti allucinatori (come il grande "adagio" della morte della madre di Ida). Poi questo "effetto" della contrapposizione della vita atta storia, di colpo si perde e scade. Tale degradazione del testo coincide con la nascita del piccolo Useppe: cioè col formarsi di una vita "esaltata e strumentalizzata in quanto tale": perché è con Useppe che comincia la lunga celebrazione morantiana della vitalità, dell'innocenza, della joie de vivre dei poveri di spirito.( ... )  Veniamo così esplicitamente a sapere, nel corso della lunga lettura, che la vita, proprio la vita - come vitalità pro rompente, ingenuità, dedizione totale atta illusione, corporeità - è il"Bene", mentre la storia, in quanto produttrice di morte, è il"Male". È un'idea come un'altra. Giusta, fin troppo giusta.

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